Bruce Springsteen a San Siro, tra poesia e resistenza: il concerto che sfida Trump
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non servono molte parole per cogliere il significato politico del concerto che Bruce Springsteen ha portato a San Siro, in una Milano gremita da migliaia di fan. Quello del 2025 è stato, senza dubbio, lo show più esplicitamente schierato della sua carriera con la E-Street Band: un inno alla resistenza, alla speranza, e a un'America che non si riconosce nell'amministrazione Trump.
Esordisce con No Surrender, brano che, seppur romantico nella forma, diventa una dichiarazione di intenti. «L'America della speranza è nelle mani di chi non la merita», dice prima di lanciarsi in un set che include Land of Hope and Dreams, Death to My Hometown e Lonesome Day – quest'ultima scritta dopo l'11 settembre, ma oggi più attuale che mai. Poi arriva Rainmaker, dedicata, senza troppi giri di parole, «al caro leader», con un sorriso amaro che non lascia spazio a dubbi.
Quarant'anni dopo il primo leggendario concerto italiano, Springsteen torna a San Siro come a casa. Lo stadio milanese, che nel 1985 lo vide esplodere nel panorama musicale del paese, è ancora il suo palcoscenico ideale, un luogo dove la musica si fa rito collettivo. «Siete pronti?», chiede più volte, prima di attaccare il primo accordo. La risposta della folla è un boato, perché nessuno è mai davvero preparato all'urto emotivo di una sua performance.
Questa volta, però, il Boss ha scelto un look insolito: camicia, cravatta e gilet, un abbigliamento che strizza l'occhio più a un predicatore che a una rockstar. E in effetti, il suo messaggio ha toni quasi profetici. «Facciamo sentire la nostra voce a un governo corrotto», dice tra una canzone e l'altra, senza mai nominare Trump direttamente, ma lasciando intendere ben più di quanto le parole possano esprimere.




