Paul Thomas Anderson finalmente spezza il sortilegio: sei Oscar per “Una battaglia dopo l’altra”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’attesa, per Paul Thomas Anderson, è durata quasi trent’anni. Undici candidature alle spalle, distribuite nell’arco di una carriera che lo aveva già consacrato tra i maestri del cinema americano, ma la statuetta, quella vera, sembrava ogni volta sfuggirgli come un miraggio. La notte degli Oscar 2026 ha infine ripagato quel credito accumulato con gli interessi: il suo “Una battaglia dopo l’altra” ha trionfato in sei categorie, inclusi i premi principali per miglior film e miglior regia, facendo definitivamente breccia nei 10 mila e passa membri dell’Academy. Il Dolby Theatre di Los Angeles ha così celebrato un’opera che, ispirandosi liberamente al romanzo “Vineland” di Thomas Pynchon, racconta di ex rivoluzionari alle prese con le conseguenze di un passato che non passa e che il regista stesso, dal palco, ha voluto dedicare ai propri figli quasi a mo’ di scusa per il mondo complicato che stiamo consegnando loro. La serata, va detto, ha visto il duello fino all’ultimo voto con un altro colosso della stagione, “I peccatori” di Ryan Coogler, partito con sedici nomination e capace comunque di portarsi a casa riconoscimenti pesanti come la sceneggiatura originale, la colonna sonora di Ludwig Göransson e la fotografia di Autumn Durald Arkapaw, prima donna di colore a vincere in questa categoria.
Un’assenza che parla, quella di Sean Penn, e il trionfo annunciato di Jessie Buckley
Tra le sei statuette conquistate dal film di Anderson, una è andata a Sean Penn come miglior attore non protagonista, ma la sedia dell’attore, quando Kieran Culkin ha aperto la busta, era vuota. Penn, secondo quanto riportato dal New York Times e da fonti raccolte nella serata, sarebbe partito per l’Ucraina, impegnato in quella che appare come una ennesima missione personale in un territorio di guerra, e ha così disertato la cerimonia. Culkin, dal palco, ha liquidato la cosa con una battuta, ritirando il premio per lui e lasciando intendere che l’assenza fosse una scelta, tra il “non aver potuto o non aver voluto” essere presente. Sul fronte femminile, invece, la vittoria di Jessie Buckley come miglior attrice protagonista per “Hamnet” non ha sorpreso nessuno, men che meno chi aveva seguito il suo percorso trionfale nella stagione dei premi. L’attrice irlandese, che sul red carpet aveva sfoggiato un audace abito che combinava rosa e rosso, è apparsa visibilmente emozionata nel ritirare l’Oscar per la sua interpretazione nel film diretto da Chloé Zhao, pellicola che però non ha bissato il successo della regista cinese, candidata anche lei nella categoria miglior regia ma poi superata da Anderson.
La nuova frontiera del casting e il trionfo tecnico di “Frankenstein”
L’edizione numero novantotto degli Academy Awards passerà alla storia anche per l’introduzione di una nuova categoria, voluta dall’Academy dopo oltre vent’anni dall’ultima volta, quella per il miglior casting. E anche in questo caso, a imporsi è stato “Una battaglia dopo l’altra”, con Cassandra Kulukundis premiata per il lavoro di selezione di un cast che annovera, tra gli altri, Leonardo DiCaprio e la stessa Teyana Taylor, oltre naturalmente a Sean Penn. Una statuetta che l’Academy ha voluto per riconoscere l’importanza di chi, dietro le quinte, costruisce l’ossatura stessa del film. In un’altra sala del Dolby Theatre, quella ideale dei premi tecnici, a farla da padrone è stato invece “Frankenstein” di Guillermo del Toro. Il film, che vedeva Jacob Elordi nei panni della Creatura, ha ottenuto una tripletta d’oro: miglior trucco e acconciatura, migliori costumi e miglior scenografia. Una vittoria annunciata, quella per Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, che hanno trasformato l’attore australiano in un essere mostruoso e al contempo malinconico con l’uso di decine di protesi, mentre Kate Hawley, ritirando il premio per i costumi, ha voluto ringraziare Del Toro per aver dato a una visione estetica tanto cupa quanto affascinante.
La sorpresa Michael B. Jordan e il cinema che guarda al mondo
Se il premio per il miglior attore protagonista sembrava destinato a Timothée Chalamet, reduce da una stagione di grandi consensi per “Marty Supreme”, la notte ha riservato una sorpresa: Michael B. Jordan ha infatti spuntato la vittoria, portando a casa l’Oscar per “I peccatori” e regalando al film di Ryan Coogler uno dei momenti più applauditi della serata. La pellicola, che intreccia vampiri e segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti, si è così presa la sua rivincita parziale nei confronti del trionfatore della notte. Sul fronte del documentario, invece, ha vinto “Mr. Nobody Against Putin” di David Borenstein, un lavoro che ha acceso i riflettori sulla repressione in Russia. Il regista, nel backstage, ha parlato chiaro: governi che ammazzano i propri cittadini per strada, ha detto, e un paragone tra la rapidità con cui stanno cambiando le cose negli Stati Uniti di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, e i primi anni di Putin in Russia. Una riflessione, la sua, che ha gelato il clima da dopo-festa, riportando tutti con i piedi per terra dopo lo scintillio dei red carpet e l’eleganza degli abiti firmati.




