Minneapolis, protesta contro le politiche migratorie: arrestati cento leader religiosi all'aeroporto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Nelle gelide strade di Minneapolis, mentre una folla si muoveva in corteo per quello che è stato definito uno sciopero generale, un'altra scena, altrettanto significativa, si consumava all'interno dell'aeroporto internazionale. Qui, circa cento tra pastori, sacerdoti e guide spirituali, in prevalenza cristiani, sono stati tratti in arresto dalle forze dell'ordine nel corso di una manifestazione pacifica. L'azione, che rientrava in una giornata di mobilitazione denominata "ICE OUT!", mirava a contestare con forza le politiche sull'immigrazione dell'amministrazione Trump, le cui conseguenze, a loro dire, si stanno abbattendo con particolare durezza proprio sul Minnesota. Gli organizzatori, tra cui spicca l'organizzazione no-profit Faith in Minnesota, sostenevano che alcuni voli in partenza dallo scalo stessero per effettuare deportazioni di migranti precedentemente detenuti, una circostanza che ha spinto il clero a radunarsi per un atto di disobbedienza civile.
Lo sciopero e il contesto della protesta
La giornata di azione ha visto, secondo quanto riferito dai promotori, la chiusura di decine di attività commerciali in tutto lo stato e l'afflusso di lavoratori verso le piazze e i cortei, in una mobilitazione che ha assunto i tratti di una fermata generale del lavoro. La protesta aeroportuale, in particolare, intendeva anche richiamare l'attenzione su una specifica prassi, denunciata dagli attivisti: quella degli interventi dell'ICE, la polizia federale per l'immigrazione e le dogane, direttamente sui luoghi di lavoro, dove diversi dipendenti di aeroporti e compagnie aeree sarebbero stati fermati. Questo clima di tensione si inserisce in un contesto locale segnato da recenti episodi che hanno scosso l'opinione pubblica, tra cui l'uccisione, il 7 gennaio proprio a Minneapolis, di una donna di 37 anni, Renee Nicole Good, durante un controllo operato da un agente dell'ICE.
L'agente e il caso Good
L'agente che ha esploso i colpi di pistola mortali contro la Good è stato identificato dalle cronache come Jonathan Ross, un membro delle forze federali il cui passato, stando a quanto ricostruito, appare legato a esperienze militari. Ross, descritto come un ex specialista del 138esimo battaglione di segnalazione, avrebbe infatti ricevuto nel corso della sua carriera diverse decorazioni, tra cui la medaglia di encomio dell'esercito, quella di buona condotta, la medaglia per la guerra globale al terrorismo e un riconoscimento per la campagna in Iraq, secondo quanto riportato dalla guardia nazionale. Il fatto, unito ad altri episodi denunciati dai manifestanti – come gli arresti di minori e il trattamento riservato a un anziano – ha contribuito ad alimentare un profondo malcontento, facendo della città un simbolo della stretta sulle frontiere.
Le ragioni del malcontento
La scelta di Minneapolis come epicentro della protesta non è casuale, poiché l'amministrazione Trump, tornata alla guida degli Stati Uniti, ha concentrato in questa regione una serie di operazioni contro l'immigrazione irregolare. Gli arresti dei leader religiosi, avvenuti senza disordini di particolare gravità, rappresentano dunque l'apice di una giornata di forte mobilitazione civile e sindacale, dove il fronte religioso ha giocato un ruolo di primo piano. La loro detenzione, seppur temporanea, sottolinea la determinazione degli organizzatori nel portare avanti forme di protesta non violente ma dirette, che pongano al centro la richiesta di un ripensamento delle norme e delle azioni che regolano i controlli e le espulsioni.




