L’Europa mette al bando la distruzione dei vestiti invenduti, dal 2026 scatta la svolta per la moda

L’Europa mette al bando la distruzione dei vestiti invenduti, dal 2026 scatta la svolta per la moda
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo anni di proposte e discussioni, alcune delle quali erano rimaste per lo più confinate nel perimetro delle buone intenzioni, l’Unione Europea ha deciso di imprimere una svolta netta e definitiva al fenomeno della fast fashion e allo smaltimento dei capi di abbigliamento. Le nuove misure adottate dalla Commissione, che vanno a integrarsi nel Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), introducono un divieto destinato a cambiare le regole del gioco per l’industria tessile: distruggere abbigliamento, accessori e calzature rimasti invenduti non sarà più una pratica consentita.

Il provvedimento, che entrerà in vigore per le grandi imprese a partire dal 19 luglio 2026, non rappresenta semplicemente un adeguamento normativo, ma un vero e proprio cambio di paradigma per un settore che troppo spesso ha considerato l’eccedenza di produzione come un peso da eliminare piuttosto che come una risorsa da gestire. Le aziende coinvolte, quelle cioè che superano determinati parametri dimensionali, si troveranno obbligate a ripensare l’intera filiera, dalla progettazione alla distribuzione, dovendo privilegiare il riutilizzo, la donazione o il ricondizionamento dei capi giacenti a magazzino. La distruzione sarà consentita solo in circostanze eccezionali e debitamente motivate, come nel caso di prodotti danneggiati o per ragioni di sicurezza, e sarà sottoposta al controllo delle autorità nazionali preposte.

Un aspetto centrale della nuova regolamentazione riguarda poi la trasparenza. Contestualmente al divieto di distruzione, viene introdotto un obbligo di rendicontazione che impone alle aziende di comunicare i volumi di beni di consumo che vengono smaltiti, utilizzando un formato standardizzato che entrerà a regime nel febbraio del 2027. L'obiettivo dichiarato è duplice: da un lato si vuole scoraggiare la produzione di eccedenze, che spesso alimentano un circuito di spreco; dall'altro si intende monitorare con precisione l'entità del fenomeno per poter intervenire in modo ancora più mirato in futuro. Le medie imprese, in questo quadro, beneficeranno di una tempistica più lunga per adeguarsi, con la scadenza che per loro è fissata al 2030.

Nel frattempo, mentre l'apparato industriale si prepara ad assorbire queste novità normative, emergono iniziative imprenditoriali che cercano di anticipare i tempi e di trasformare lo scarto in valore. La startup italiana Nazena, per esempio, ha messo a punto un processo brevettato per il riciclo dei tessili che punta a intercettare proprio quei materiali altrimenti destinati allo smaltimento. Nel 2022, l'Italia ha prodotto circa 160mila tonnellate di rifiuti tessili, equivalenti a quasi tre chili a testa, un dato che fotografa l'urgenza di trovare soluzioni alternative alla discarica e all'incenerimento. Il metodo sviluppato da Nazena consente di convertire scarti di varia natura in materiali secondari destinati a settori come l'arredamento e il design, utilizzando una tecnologia in grado di garantire una percentuale di fibra riciclata superiore al settanta per cento.

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