Migranti, Meloni attacca i giudici: “Rimpatri negati anche a chi ha stuprato minori”
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenuta al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, ha acceso i riflettori sull’annosa questione dei centri per migranti in Albania, puntando il dito contro la magistratura. Nel suo ragionamento, la premier ha citato il via libera arrivato dall’Europa, il quale certificherebbe, nero su bianco e in modo chiaro, la piena conformità del meccanismo italo-albanese rispetto al diritto internazionale ed europeo, un’architettura giuridica che il governo ha messo a punto e che ora, secondo Meloni, dovrebbe poter funzionare senza ulteriori intoppi. Eppure, nonostante questo avallo, la preoccupazione espressa dalla presidente del Consiglio resta alta: il timore, ha dichiarato, è che per alcuni questa validazione non basti e che non si interrompa la sequenza di ordinanze di revoca dei trattenimenti, quelle stesse ordinanze che di fatto svuotano i centri realizzati in territorio albanese.
Il cuore dell’intervento di Meloni, e il nodo politico e giuridico che intende rilanciare, risiede però in un passaggio successivo, ben più specifico e carico di tensione. La sua critica, diretta e senza mezzi termini, si è appuntata su una casistica giudiziaria che definisce desolante e che, a suo dire, sfida ogni logica normativa e di buonsenso. Il riferimento è a quei migranti irregolari, già gravati da condanne e pendenze penali in Italia, che non solo vedono annullato il loro trasferimento verso i centri albanesi, ma vengono di fatto reintrodotti nel tessuto sociale italiano. Tra i casi citati dalla presidente del Consiglio, ce ne sono alcuni che riguardano individui con precedenti per spaccio di droga e resistenza a pubblico ufficiale, reati gravi ma che si tingono di tinte ancor più fosche quando si parla di violenza sessuale, anche in forma di gruppo, e persino di violenza sessuale su minori.
Il meccanismo della richiesta d’asilo e lo scudo dei giudici
Il paradosso denunciato dalla presidente del Consiglio affonda le sue radici in una pratica che, agli occhi dell’esecutivo, assume i contorni di uno stratagemma processuale. I migranti in questione, una volta giunti nei centri albanesi o anche prima del trasferimento, presentano una richiesta di protezione internazionale. Ed è proprio a quel punto che, per i giudici italiani, scatta un meccanismo di tutela che impedisce di procedere con il trattenimento finalizzato al rimpatrio. La magistratura, nel valutare queste istanze, si trova a dover bilanciare le norme interne e quelle europee, finendo per privilegiare il diritto del singolo a vedere esaminata la propria domanda d’asilo, anche quando questa provenga da soggetti con un curriculum criminale che include reati odiosi come quelli appena descritti. Una dinamica che il governo legge come un paravento giuridico dietro il quale si nasconderebbe la volontà di non procedere con le espulsioni.
La prospettiva dell’esecutivo, emersa con forza nelle parole di Meloni, è quella di una magistratura che, sistematicamente, oppone un muro al progetto politico dei centri in Albania. La lista degli episodi, per come è stata riassunta dalla presidente del Consiglio, compone una lunga teoria di decisioni giudiziarie che, di fatto, riportano in Italia persone che si sarebbero macchiate di delitti particolarmente efferati. Un elenco della vergogna, lo ha definito Meloni, che giustappone i reati – stupri di gruppo, violenze sessuali, una sfilza di precedenti penali – al dispositivo giudiziario che nega la convalida del trattenimento. Un fenomeno che, a giudizio della presidente del Consiglio, appare ormai connotato in termini sistemici, quasi come se esistesse un orientamento costante e preordinato a sabotare la linea governativa in materia di immigrazione e sicurezza.
Il quadro giuridico europeo e lo scontro istituzionale
Questa ennesima frizione tra potere esecutivo e potere giudiziario si inserisce in un quadro normativo complesso, dominato dalle sentenze della Corte di Giustizia europea. Come emerso nelle scorse settimane, i giudici italiani, lungi dall’agire in modo arbitrario, hanno spesso basato le loro decisioni su pronunciamenti della Corte europea, la quale ha stabilito criteri restrittivi per la designazione dei Paesi di origine sicuri. Un principio, questo, che impone di valutare la sicurezza dell’intero territorio di una nazione, e non solo di parti di esso, vanificando di fatto la lista di 22 Paesi considerati sicuri dal governo italiano e aprendo la strada ai ricorsi. La stessa Corte di Cassazione, del resto, ha sollevato più di un dubbio sulla compatibilità del protocollo con l’Italia e con l’Albania rispetto alle direttive europee sui rimpatri, chiedendo ulteriori chiarimenti alla Corte di Giustizia.
La vicenda, pertanto, travalica il singolo episodio di cronaca giudiziaria per incarnare un più ampio scontro istituzionale che si riverbera anche sul piano della riforma della giustizia. La maggioranza, e in particolare Fratelli d’Italia, ha più volte collegato le difficoltà operative dei centri in Albania all’operato di una magistratura politicizzata, arrivando a utilizzare questo tema nella campagna per il referendum sulla separazione delle carriere. Un collegamento che, al di là delle semplificazioni della comunicazione politica, cela nodi giuridici di fondo: la definizione di Paese sicuro, il diritto di asilo e la legittimità del trattenimento in un Paese terzo, tutte questioni su cui l’Europa non ha ancora fornito un quadro definitivo e che lasciano ampio spazio all’interpretazione dei giudici nazionali. In questo clima, le parole di Meloni al Senato rappresentano l’ennesimo atto di un braccio di ferro che vede contrapposte due visioni del diritto e del ruolo della magistratura, con il destino dei centri albanesi e, più in generale, della politica migratoria del governo, sospeso tra le aule parlamentari e quelle di giustizia.




