L’occupazione cala a febbraio, il tasso di disoccupazione risale al 5,3%
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Redazione Economia
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Il mercato del lavoro italiano, dopo un periodo di segnali contrastanti che avevano alimentato più di qualche speranza, mostra a febbraio una chiara battuta d’arresto. I numeri diffusi dall’Istat, infatti, raccontano di una frenata piuttosto decisa: il numero degli occupati scende di 29mila unità rispetto al mese precedente, un decremento che in termini percentuali si traduce in un calo dello 0,1%. Un dato, questo, che contribuisce a portare il tasso di occupazione al 62,4%, interrompendo di fatto una serie di rilevazioni che, nei mesi scorsi, avevano lasciato intravedere una tenuta del comparto.
A fronte di questa flessione, che riguarda in particolare la componente maschile della forza lavoro – evidenziando una disparità congiunturale non secondaria –, crescono invece i disoccupati. L’aumento registrato è di 36mila unità, un incremento che fa salire il tasso di disoccupazione al 5,3%. A essere più penalizzati, in questa dinamica che rialza la testa dopo un periodo di relativa stabilità, sono i giovani: una categoria, quella degli under 35, storicamente esposta a una maggiore precarietà e che ora si trova a fare i conti con una nuova stretta del ciclo.
La fotografia dell’Istat: calo diffuso e disparità di genere
Analizzando più nel dettaglio i dati diffusi dall’istituto di statistica, emerge come la riduzione degli occupati non sia affatto uniforme ma presenti delle precise direttrici. La flessione più marcata, pari allo 0,6%, si registra nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni, ma un calo notevole – sebbene leggermente meno intenso – si osserva anche nella fascia immediatamente successiva, quella che va dai 35 ai 49 anni. Si tratta, in sostanza, del cuore più produttivo della popolazione in età lavorativa.
Dal punto di vista della tipologia contrattuale, il dato indica che la contrazione colpisce prevalentemente i lavoratori dipendenti; tra questi, vengono colti sia i contratti a tempo indeterminato che quelli a termine, suggerendo una certa trasversalità nella difficoltà contingente. Se si osserva il dato di genere, invece, emerge che a guidare il calo sono gli uomini, mentre per le donne l’andamento appare in leggera controtendenza. Parallelamente, il tasso di inattività – cioè la quota di persone che non cercano lavoro pur essendo in età da lavoro – rimane inchiodato al 33,9%, un dato strutturale che non accenna a migliorare e che, di fatto, ha un impatto diretto sul computo complessivo delle forze di lavoro.
Le reazioni politiche tra narrazioni e dati strutturali
I numeri, come spesso accade in un contesto politico segnato da tensioni, sono diventati immediatamente oggetto di letture opposte. Mentre l’esecutivo, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronta a portare il prossimo nove aprile alle Camere un’analisi più ampia per l’avvio della cosiddetta “fase due”, sembra voler sottolineare il trend positivo di lungo periodo – evocando, secondo quanto si apprende, i record sull’occupazione “sin dai tempi di Garibaldi” –, le opposizioni utilizzano i dati di febbraio per ridimensionare la portata di quelle stesse narrazioni.
A intervenire nel dibattito, con un’analisi che sposta l’attenzione sul medio periodo, è Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo. L’economista, commentando la rilevazione, ha sottolineato come il calo di febbraio si inserisca in un quadro più ampio già delineatosi nel corso del 2025. “Questo dato si aggiunge al fatto – ha dichiarato – che nel 2025 i decantati dati sulla riduzione della disoccupazione erano sostanzialmente viziati dall’aumento dei cosiddetti inattivi: 322.000 persone inattive in più”. Un riferimento, questo, che mira a mettere in luce una dinamica di fondo: quella per cui la diminuzione del tasso di disoccupazione registrata nei mesi scorsi fosse in larga parte spiegabile non tanto dall’assorbimento dei disoccupati nel mercato del lavoro, quanto piuttosto dalla loro fuoriuscita dalle rilevazioni attive, diventando appunto “inattivi”.
Un quadro macroeconomico di incertezza
Al di là delle letture politiche contingenti, che utilizzano i numeri come contraltare per legittimare o criticare l’operato del governo, i dati di febbraio restituiscono l’immagine di un mercato del lavoro che fatica a trovare un equilibrio stabile. La diminuzione di 29mila occupati e l’aumento contestuale di 36mila disoccupati configurano uno scenario di segnali contrastanti, dove l’espansione registrata in alcuni settori o categorie non è sufficiente a compensare le perdite in altri.
Il fatto che il calo si concentri nella fascia centrale della popolazione attiva, quella tra i 25 e i 49 anni, rappresenta un campanello d’allarme specifico, poiché riguarda individui che solitamente rappresentano il nucleo più stabile delle famiglie in termini di contribuzione reddituale. La situazione giovanile, aggravata da un tasso di disoccupazione che torna a premere con particolare forza, si conferma uno degli aspetti più critici di una congiuntura che, nonostante i proclami sull’eccellenza dei dati storici, rivela una fragilità di fondo. Mentre i tassi di inattività restano invariati, a conferma di una difficoltà strutturale a riattivare sacche di popolazione scoraggiata, l’intero sistema appare sospeso tra le incertezze del quadro internazionale – con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti che introduce variabili geopolitiche non indifferenti per le economie occidentali – e le rigidità interne di un mercato del lavoro italiano storicamente sensibile alle oscillazioni del ciclo.




