Il Consiglio d’Europa e la spinta su migranti e Cedu
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Redazione Esteri
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La pressione internazionale per rivedere i cardini giuridici che governano la gestione dei flussi migratori in Europa ha compiuto un significativo passo avanti nell'ambito del Consiglio d’Europa, organismo distintivo per la tutela dei diritti umani che, come è bene ricordare, non coincide con le istituzioni dell'Unione europea. A seguito di una riunione informale convocata dal segretario generale Alain Berset – riunione che trae origine da una lettera congiunta promossa lo scorso maggio da Italia e Danimarca – il fronte dei paesi favorevoli a un riesame della Convenzione europea dei diritti dell’uomo si è consolidato, passando dalle sette adesioni iniziali a un ben più Corposo sostegno. L'obiettivo, come emerso chiaramente, è quello di influenzare le future decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di rimpatri e, in prospettiva, di modificare alcuni aspetti della Convenzione stessa, per consentire agli stati membri di adottare politiche di confine più stringenti.
Una dichiarazione congiunta a sorpresa
In una stonata coincidenza temporale con la Giornata mondiale dei diritti umani, che commemora la Dichiarazione universale del 1948, il premier britannico Keir Starmer e la premier danese Mette Frederiksen hanno pubblicato un articolo sul "Guardian" nel quale, sostenendo la necessità di proteggere i confini dalla migrazione cosiddetta illegale, hanno esplicitamente invocato "urgenti inasprimenti" della Cedu. Quella che poteva apparire una presa di posizione isolata si è rivelata invece il segnale pubblico di un'azione diplomatica più ampia e strutturata, che ha visto Italia e Danimarca raccogliere il consenso di ventisette paesi membri del Consiglio d’Europa attorno a una dichiarazione congiunta. In tale documento, i firmatari hanno concordato sulla necessità che la Convenzione "affronti efficacemente le sfide migratorie", fornendo così una base politica significativa per avviare un complesso processo di revisione.
Le preoccupazioni dal mondo giudiziario
Mentre il quadro politico si evolve, dal versante giurisdizionale giungono voci che pongono l'accento sui possibili attriti tra nuove normative e principi costituzionali. Il giudice Luca Minniti, presidente della sezione specializzata in immigrazione a Bologna e già autore di pronunce pionieristiche in materia di paesi sicuri – decisioni poi confermate dalla Corte di giustizia dell'Unione europea – ha espresso pubblicamente il suo allarme. Secondo la sua analisi, alcune delle nuove norme europee recentemente approvate rischiano di incorrere in profili di incostituzionalità, rappresentando un elemento di potenziale conflitto tra diversi livelli di tutela giuridica. Le sue osservazioni, che emergono da una pratica diretta delle controversie legate ai rimpatri, gettano una luce sulle difficoltà applicative che potrebbero sorgere, anche qualora le modifiche alla Cedu dovessero procedere.
Il contesto politico e le implicazioni
L'iniziativa, percepita come un successo della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni nella sua azione di politica europea, si inserisce in un quadro normativo comunitario in rapido movimento, dopo il recente via libera dei paesi Ue alle nuove regole su rimpatri e paesi sicuri. L'azione condotta all'interno del Consiglio d’Europa, sebbene separata dal perimetro dell'Unione, mira a creare un ambiente giuridico internazionale più favorevole a politiche migratorie restrittive, agendo proprio sul tessuto convenzionale che la Corte di Strasburla è chiamata a interpretare. Si tratta di un tentativo di modificare, attraverso la via diplomatica e il richiamo a una presunta emergenza, quegli standard di protezione che per decenni hanno costituito un baluardo per i diritti individuali, bilanciando le esigenze di controllo statale con le garanzie fondamentali.




