La versione di Giuseppe Alberti: «Ho curato mio padre come sapevo fare, per anni ho subito la sua violenza»
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Redazione Interno
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Oltre tre ore di interrogatorio, un’audizione iniziata nel primo pomeriggio del 31 marzo e protrattasi fino a sera, per ascoltare la versione di Giuseppe Alberti, il cinquantunenne finito in carcere con l’accusa di aver ucciso il padre Luigi, l’anziano di 85 anni trovato senza vita il 25 ottobre scorso nella sua abitazione di Castel San Giovanni. Davanti al gip Matilde Borgia e al pm Ornella Chicca, assistito dall’avvocata Lorenza Dordoni, l’uomo ha respinto le pesanti accuse di omicidio volontario aggravato, sequestro di persona e maltrattamenti, provando a ricostruire un contesto familiare che, a suo dire, sarebbe stato per anni segnato dalla violenza della vittima.
«Era violento da sempre, ma io non l’ho ucciso»
Nel corso del lungo interrogatorio, Alberti ha fornito agli inquirenti una narrazione diametralmente opposta a quella emersa dalle indagini, che parlavano di condizioni disumane e di un uomo ridotto in fin di vita in un seminterrato. Il figlio ha dichiarato di non aver mai maltrattato il genitore, anzi, di essersene preso cura “come sapevo fare”. Ha spiegato che il padre, per anni, avrebbe picchiato e maltrattato non solo lui, ma anche la madre e il fratello, deceduto in precedenza, episodi questi – come ha tenuto a precisare il legale – documentati anche da alcuni ricoveri ospedalieri della moglie. Riguardo al luogo in cui veniva tenuto l’anziano, il seminterrato, la difesa ha parlato di una necessità dettata dalla tutela dell’incolumità dello stesso Luigi Alberti: a causa di gravi problemi di salute e demenza, l’uomo rischiava di uscire di casa e finire sotto un’auto, ragione per cui era stato isolato in quello spazio. La rete metallica posta davanti al bagno, secondo il racconto di Giuseppe, serviva per impedirgli di procurarsi danni cadendo.
Il sangue, le cadute e lo spostamento del Particolare attenzione è stata posta sulla dinamica della morte e sulle tracce emerse nell’abitazione. Giuseppe Alberti ha spiegato ai giudici che la sera del 24 ottobre, prima di andare a lavorare, aveva dato da mangiare al padre; al rientro lo avrebbe trovato già privo di vita con la testa poggiata sul pavimento del seminterrato. La ferita sotto l’occhio dell’anziano, così come le abbondanti tracce di sangue, sarebbero state conseguenti a una caduta accidentale aggravata dall’assunzione di farmaci anticoagulanti. Il trasferimento della salma dal piano di sotto al letto nella camera da letto, invece, sarebbe stato compiuto insieme alla madre “in buona fede”, con l’intento di dare decoro al familiare defunto. Un gesto, questo, che si è rivelato determinante per gli inquirenti: il letto era infatti troppo in ordine e la scena appariva incompatibile con una morte naturale, tanto da insospettire la giovane dottoressa del 118 intervenuta per la constatazione del decesso.
La richiesta di revoca della misura e la situazione della madre
Al termine dell’interrogatorio di garanzia, il difensore Lorenza Dordoni ha formalizzato la richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere per il suo assistito, chiedendo in alternativa l’applicazione di una misura meno restrittiva. La legale ha inoltre sottolineato come la famiglia si fosse attivata per ottenere un ricovero in una struttura convenzionata, dichiarando che erano in lista d’attesa per un posto in Rsa, smentendo così la ricostruzione accusatoria secondo cui sarebbero stati rifiutati gli interventi dei servizi sociali. Giuseppe Alberti, che dalle aule di giustizia ha mostrato preoccupazione per la madre, Giuseppina Decuzzi, ricoverata in ospedale dopo un malore successivo all’arresto, ha ribadito la propria estraneità ai fatti contestati. Il gip e il pm hanno ora cinque giorni di tempo per decidere sul mantenimento o meno della misura cautelare.




