L’ex presidente Radev conquista la maggioranza in Parlamento bulgaro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È accaduto quel che molti osservatori, a Bruxelles come a Mosca, non si aspettavano prima del voto, eppure la svolta è sotto gli occhi di tutti: Rumen Radev – l’ex presidente che aveva lasciato la carica a inizio anno per tuffarsi nella mischia elettorale – ha ottenuto una vittoria schiacciante, restituendo alla Bulgaria un governo a maggioranza assoluta dopo quasi trent’anni, cioè dal lontano 1997. Il suo movimento, battezzato “Bulgaria Progressista”, ha spazzato via la frammentazione parlamentare che paralizzava Sofia da tempo, e lo ha fatto con un programma che mescola, senza troppi riguardi per le sensibilità europeiste, tre ingredienti destinati a far discutere: lotta senza quartiere alla corruzione (un tema, quest’ultimo, che tocca corde profonde in un Paese storicamente afflitto da scandali endemici), misure economiche a protezione delle fasce più deboli dall’inflazione galoppante, e una linea conservatrice, poco entusiasta verso l’Unione, ma apertamente orientata a una distensione con la Russia.

Un “tribuno” che guarda a Est, tra gas e accuse all’Ue

Radev, com’era prevedibile data la sua biografia politica, non ha nascosto le sue priorità. Ha detto, in campagna elettorale e poi la notte del trionfo, di voler riaprire i canali di dialogo con Mosca – interrotti dopo l’invasione dell’Ucraina – e di rimettere in moto i flussi di petrolio e gas russi verso l’Europa, mentre quelli degli aiuti europei a Kiev andrebbero, a suo avviso, interrotti senza indugio. L’ha definita una questione di “interesse nazionale bulgaro”, ma le sue parole suonano come una sfida diretta alla linea prevalente nell’Unione. Ha aggiunto, quasi per ribadire il proprio credo, che l’Unione europea è «ostaggio della propria ambizione di leadership morale»; una frase che molti hanno già paragonato, a torto o a ragione, alle bordate orchestrate da Viktor Orbán prima della sua recente sconfitta in Ungheria. Neppure dieci giorni separano il voto di Budapest da quello di Sofia: e se da una parte Putin ha perso un alleato storico come Orbán, dall’altra ha ora qualcosa di cui gioire, ovvero la prospettiva di avere a Bruxelles un nuovo “tribuno” capace di mettere in minoranza le politiche di sostegno all’Ucraina.

Il più povero dell’Ue sceglie la discontinuità, ma non quella atlantica

La Bulgaria – è bene ricordarlo – resta il Paese più povero dell’Unione, e proprio questa fragilità economica spiega gran parte del successo di Radev. Le sue promesse di proteggere i redditi più bassi dall’inflazione hanno trovato terreno fertile in un elettorato stremato dai rincari, mentre la sua critica frontale alla corruzione gli ha attirato consensi anche tra chi, in passato, aveva votato per i partiti filo-europei. Tuttavia, a differenza di quanto accaduto con Orbán ai suoi esordi, Radev non ha mai rotto del tutto con le strutture atlantiche: da ex presidente ha mantenuto un profilo istituzionale che oggi gli consente di presentarsi non come un “traditore dell’Occidente”, ma come un realista che vuole trattare da pari con Mosca senza uscire dalla Nato. Una posizione, questa, che alcuni analisti definiscono “alla Magyar” – in riferimento al leader slovacco – più che “alla Orbán”: meno ideologica, più opportunisticamente ancorata agli interessi energetici e commerciali di Sofia.

Nessuna autocensura su Mosca e Kiev, il Parlamento si prepara a voltare pagina

Gli exit poll e poi lo spoglio definitivo hanno confermato una maggioranza solida, tale da consentire a Radev di formare un governo senza bisogno di alleanze scomode. Nel suo primo intervento da premier designato, ha ribadito che le relazioni con la Russia vanno normalizzate “nell’interesse dell’economia bulgara” e che l’invio di armi a Kiev – pratica seguita dai precedenti esecutivi – sarà riesaminato alla luce del nuovo corso. Nessuna dichiarazione esplicita sul ritiro delle truppe russe, nessuna condanna a freddo: solo una pragmatica presa d’atto che il conflitto, secondo la sua lettura, si trascina da troppo tempo e che l’Europa farebbe meglio a negoziare. Intanto, a Bruxelles, si preparano a fare i conti con un Ventisette ancora più spaccato: non più solo Ungheria e Slovacchia a opporsi ai pacchetti di aiuti, ma anche Sofia, con la sua maggioranza assoluta fresca di voto. La sfida, per l’Unione, sarà gestire un membro fondatore (seppur entrato tardi) che ora dice apertamente di voler riprendere il gas russo, bloccare i fondi per Kiev e ridiscutere i principi stessi della politica estera europea.

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