Usa, mandato d'arresto per l'ex capo dell’Fbi Comey: accusato di aver minacciato di morte Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione guidata da Donald Trump, ormai insediata da oltre un anno alla Casa Bianca, ha impresso una brusca accelerazione alla resa dei conti con i suoi vecchi nemici. A finire nel mirino della giustizia, questa volta in modo direttamente personale, è James Comey, l’ex direttore del Federal Bureau of Investigation che il presidente licenziò nel lontano 2017. Il Dipartimento di Giustizia ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti – un evento senza precedenti per un ex capo del Bureau – con l’accusa di aver minacciato la vita del capo dello Stato. L’ex funzionario, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sul Russiagate, si è costituito presso il tribunale federale del distretto orientale della Virginia, dove è stato posto in stato di fermo in attesa della prima comparizione davanti al giudice.

Il significato ambiguo dei numeri e il post cancellato

Al centro dell’indagine, che arriva a distanza di quasi un anno dai fatti contestati, c’è una fotografia pubblicata da Comey sul suo profilo Instagram. Lo scatto, realizzato durante una passeggiata su una spiaggia della North Carolina, ritraeva alcuni gusci di conchiglia disposti naturalmente a formare i numeri "86 47". Secondo la tesi accusatoria sostenuta dall’attorney general ad interim Todd Blanche – che tra l’altro è stato avvocato personale di Trump prima di succedere alla silurata Pam Bondi – quella combinazione non era affatto casuale. Nel gergo della ristorazione, il numero "86" significa eliminare o rimuovere qualcosa dal menu, mentre il "47" identifica il 47° presidente degli Stati Uniti. Per i pubblici ministeri, quindi, l’immagine equivaleva a un esplicito invito a "eliminare" Trump. La reazione di Comey non si è fatta attendere, seppur tardiva: il post fu rimosso poche ore dopo la pubblicazione, con il diretto interessato che si è giustificato scrivendo di non essersi reso conto che alcune persone potessero associare quei numeri alla violenza, ribadendo la propria contrarietà a qualsiasi forma di violenza.

L’accelerazione del Dipartimento e le due incriminazioni

L’inchiesta era rimasta per mesi in una fase di stallo apparente, limitata ai primi accertamenti del Secret Service, prima di subire un’improvvisa accelerazione. Non è la prima volta, in realtà, che l’Amministrazione tenta di trascinare l’ex direttore dell’Fbi in tribunale. Lo scorso settembre, Comey era già stato incriminato per falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, accuse legate a un’audizione sul Russiagate del 2020, ma quel caso era stato archiviato da un giudice federale che aveva rilevato delle irregolarità nella nomina del pubblico ministero. Stavolta, però, la situazione è diversa: un gran giurì della North Carolina ha emesso un atto d’accusa formale per due distinti capi d’imputazione. Il primo riguarda la minaccia consapevole e volontaria di uccidere o infliggere lesioni fisiche al presidente, mentre il secondo si riferisce alla trasmissione di tale minaccia attraverso i cani del commercio interstatale, ovvero i social network. Se riconosciuto colpevole, Comey rischierebbe fino a dieci anni di reclusione per ciascuna accusa.

Le reazioni dell’ex direttore e il precedente politico

A dispetto della gravità delle accuse, James Comey ha scelto un atteggiamento pubblico di sfida e determinazione. In un video pubblicato sulla piattaforma Substack, l’ex capo dell’Fbi ha dichiarato di essere ancora innocente, di non avere paura e di continuare a credere fermamente nell’indipendenza della magistratura federale. "Questa non è la fine – ha detto testualmente – e niente è cambiato per me. Vai, andiamo". I legali dell’imputato, prevedibilmente, punteranno la loro strategia difensiva sulla libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento e sulla mancanza di un intento malevolo dimostrabile, considerando che una foto di conchiglie difficilmente può costituire una minaccia credibile senza la prova della volontà specifica di intimidire. L’accusa, sostenuta con forza da Todd Blanche, risponde invece alla logica che non esistono minacce di serie B e che il presidente merita la stessa protezione di qualsiasi altro cittadino.

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