Whatsapp con l’IA integrata: quali rischi legali? L’avvocato Croari e la collega Lanari analizzano il caso

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Da circa un mese, WhatsApp ha introdotto un nuovo elemento che non passa inosservato: l’icona di Meta AI, l’assistente virtuale basato sull’intelligenza artificiale, ormai parte integrante dell’applicazione. Il sistema, che sfrutta il modello Llama 3, è progettato per rispondere a richieste, elaborare messaggi e recuperare informazioni direttamente all’interno della chat, senza necessità di abbandonare l’app. Se da un lato la funzionalità promette maggiore efficienza, dall’altro solleva interrogativi legali, soprattutto in merito all’addestramento dell’algoritmo e alla sua compatibilità con le normative vigenti, considerando la natura privata di una piattaforma di messaggistica.

A differenza di altre implementazioni di IA, Meta AI non richiede attivazione da parte dell’utente: compare automaticamente nel campo di ricerca, diventando parte dell’interfaccia senza possibilità di rimozione. Una scelta che ha attirato l’attenzione delle istituzioni europee. L’eurodeputata Veronika Cifrová Ostrihoňová ha formalmente interrogato la Commissione Ue sulla conformità dello strumento rispetto al quadro normativo comunitario, in particolare in relazione alla trasparenza e al trattamento dei dati. Meta, dal canto suo, ha replicato definendo l’assistente «una funzionalità come tante altre», lasciando agli utenti la libertà di utilizzarla o ignorarla.

L’integrazione non riguarda solo WhatsApp. Meta AI è approdato anche su Instagram e, più recentemente, su Facebook Messenger, consolidando la strategia dell’azienda di Menlo Park di incorporare l’intelligenza artificiale in tutti i suoi servizi. Llama 3, il motore alla base del sistema, è stato sviluppato per interagire in modo naturale, offrendo risposte immediate a domande, suggerimenti o semplici richieste di intrattenimento. Sebbene l’obiettivo dichiarato sia semplificare l’esperienza digitale, resta da chiarire come vengano gestiti i dati condivisi durante le conversazioni e quali garanzie siano previste per evitare utilizzi impropri.

Gli avvocati Giuseppe Croari e Ilenia Lanari sottolineano come l’assenza di un’opzione per disattivare definitivamente Meta AI ponga questioni rilevanti in termini di consenso informato. «L’utente», spiegano, «si trova a interagire con un sistema di IA senza averlo scelto esplicitamente, il che potrebbe configurare un vulnus in materia di privacy». La mancanza di chiarezza sulle modalità di training del modello, inoltre, alimenta dubbi circa la liceità del processo, soprattutto se i messaggi privati venissero utilizzati – anche in forma anonima – per affinare le risposte dell’assistente.

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