L'Europa di fronte al mondo multipolare: la sfida dell'identità dopo le dichiarazioni di Trump
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Costruita a Maastricht nel 1993, l'Unione europea, la cui struttura politico-istituzionale appare oggi decisamente inadeguata ad affrontare le sfide geopolitiche presenti, si scopre senza una voce unica nel concerto delle potenze globali e priva di una vera capacità di difesa autonoma. Le recenti, e per certi versi attese, dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nel "National Security Strategy 2025" ribadisce come l'ombrello Nato resti aperto solo a patto che gli europei ne sorreggano saldamente il manico, hanno semplicemente sollevato il velo su una realtà che esisteva ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Un problema, quello di un continente alla ricerca di un ruolo, che non serviva Trump per essere compreso, ma che le sue parole rendono ora di un'urgenza bruciante, mentre l'influenza europea sembra affievolirsi dalla guerra in Ucraina ai dazi commerciali, dallo scenario mediorientale all'ascesa di potenze come Cina e India.
Un disagio storico e una lunga consapevolezza
Già 107 anni fa, mentre si chiudeva la tragedia della Prima guerra mondiale, preludio di un secondo conflitto ancor più sanguinoso e delle successive divisioni del continente, il filosofo tedesco Oswald Spengler pubblicava "Il tramonto dell'Occidente", un'opera che, al di là delle sue intenzioni, sollevava interrogativi sulla vitalità e sull'identità della civiltà europea. Quel senso di angoscia, che oggi pervade le cancellerie, non è dunque una novità, ma piuttosto un sentiero già battuto e che le attuali circostanze hanno riportato in superficie con forza inedita. La reazione stizzita di una parte della stampa del Vecchio Continente, interpretando i discorsi di Trump su pace, commercio e mondo multipolare come un attacco personale all'esecutivo di Ursula von der Leyen, ne è una prova lampante, rivelando forse più un risentimento per l'emarginazione dai grandi tavoli negoziali – dove siedono Stati Uniti, Cina e Russia, e con loro attori chiave come Israele o l'India – che un'analisi oggettiva delle parole americane.
Le conseguenze di un'inerzia strategica
Questa marginalizzazione, d'altronde, ha conseguenze concrete che vanno ben al di là delle dichiarazioni politiche, investendo la sfera economica e quella della sicurezza con una chiarezza a volte spietata. La questione dell'euro, la cui solidità è periodicamente messa alla prova dai venti della geopolitica, e la cronica assenza di una politica di difesa integrata ne sono i segni più evidenti, mentre il mondo si organizza in blocchi sempre più definiti. Anche episodi di cronaca giudiziaria, come la multa da 120 milioni di euro inflitta dall'Unione a Elon Musk per violazioni della trasparenza sulla sua piattaforma X, benché riguardino ambiti normativi specifici, si inseriscono in un quadro più ampio di frizione e tentativo di affermare una sovranità digitale che stenta a trovare una regia comune e convincente.
La ricerca di un nuovo modo di stare al mondo
Ciò che emerge, quindi, non è semplicemente la necessità di rispondere a una sollecitazione esterna, per quanto potente essa sia, ma piuttosto l'imperativo di ritrovare, in primo luogo, una ragione profonda di esistere come progetto collettivo. La domanda sul futuro dell'Unione europea, posta e ripetuta in questi giorni, non può eludere questa premessa fondamentale: senza un'identità politicamente riconosciuta e senza gli strumenti per tutelarla, il continente rischia di subire le dinamiche altrui, restando ai margini di quelle che sono ormai le grandi manovre della storia. Un destino che, come insegnano le pagine di Spengler e le vicende del secolo scorso, non è scritto, ma che dipende dalle scelte che si sapranno comporre oggi, superando divisioni e inerzie che il mondo multipolare non ha più intenzione di aspettare.




