Artico, la Nato ferma i sommergibili russi del GUGI: testavano un’arma segreta per sabotare i cavi delle Svalbard

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle acque profonde e gelide del Mar Glaciale Artico, a poca distanza dall’arcipelago norvegese delle Svalbard, la scorsa primavera è andata in scena una partita a scacchi che ha per posta le infrastrutture critiche dell’Occidente.

Secondo quanto ricostruito in un’inchiesta esclusiva dell’agenzia Reuters, citando due funzionari occidentali rimasti anonimi, una forza congiunta composta da Gran Bretagna, Norvegia e Stati Uniti ha intercettato e affrontato alcuni sommergibili russi intenti a testare un’arma segreta progettata per disattivare i cavi sottomarini senza lasciare tracce digitali o fisiche riconducibili al Cremlino.

I battelli, appartenenti alla Direzione principale per la ricerca in acque profonde, nota con l’acronimo GUGI, sono stati costretti a interrompere l’esercitazione e ad allontanarsi dall’area, senza che alcun cavo venisse danneggiato.

Il bersaglio: due cavi da 1.400 chilometri e la stazione Nasa

L’obiettivo dell’operazione russa, secondo le fonti, erano due cavi in fibra ottica che collegano l’arcipelago delle Svalbard alla terraferma norvegese, lunghi circa 1.400 chilometri e posati a una profondità che può raggiungere i 2.700 metri. Queste infrastrutture non trasportano soltanto traffico internet o transazioni finanziarie: veicolano enormi quantità di dati satellitari scaricati dalla stazione di terra SvalSat, la più grande al mondo nel suo genere e parte integrante della rete spaziale della Nasa.

Il valore strategico di quel tratto di mare, noto come “Bear Gap”, è evidente: per raggiungere l’Atlantico, i sottomarini nucleari russi basati nella penisola di Kola devono necessariamente attraversare quel corridoio largo circa 400 miglia, rendendo le Svalbard un punto di osservazione e di controllo cruciale per l’Alleanza Atlantica.

La tecnologia che non lascia impronte

Il cuore dell’operazione sventata risiede in una tecnologia che i funzionari interpellati da Reuters non hanno voluto descrivere nel dettaglio, limitandosi a definirla “sofisticata e distruttiva”, concepita per mettere fuori uso i cavi critici in modo silenzioso e senza lasciare tracce evidenti. Londra e Oslo avevano già reso nota in aprile l’esistenza di un’operazione clandestina russa nelle acque artiche, ma solo ora è emerso il coinvolgimento degli Stati Uniti e la scoperta dell’arma stessa.

Contemporaneamente agli scontri in mare, i funzionari britannici e norvegesi hanno presentato le loro conclusioni a Mosca, nel tentativo di dimostrare di essere a conoscenza della nuova tecnologia e di indurre il Cremlino a un passo indietro. Il ministro della Difesa norvegese, Tore Sandvik, ha commentato l’accaduto con una dichiarazione inequivocabile: “Con la nostra operazione congiunta, abbiamo inviato un messaggio chiaro alla Russia: non possono operare in modo clandestino.

Abbiamo chiarito in modo inequivocabile alle autorità russe che qualsiasi tentativo di colpire le nostre infrastrutture critiche verrà individuato e avrà delle conseguenze”.

Un fronte ibrido che si estende dall’Artico all’Europa centrale

L’episodio si inserisce in un quadro più ampio di crescente preoccupazione da parte delle intelligence occidentali, che temono un’intensificazione delle operazioni di sabotaggio russe in Europa mentre il fronte ucraino rimane sostanzialmente statico. Paesi come Polonia, Lituania e Romania hanno segnalato diverse violazioni del proprio spazio aereo, e un tentativo di attacco con droni contro l’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania, ha innescato una serie di ritorsioni diplomatiche che hanno portato alla chiusura di un consolato russo a Bonn e di un centro culturale a Berlino.

Alcuni analisti statunitensi ritengono che Mosca potrebbe mettere alla prova l’Articolo 5 del Trattato Atlantico, e in quel caso la distruzione dei cavi sottomarini rappresenterebbe una componente chiave della strategia. Tuttavia, non tutti condividono questa lettura: il ministro della Difesa polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ha sostenuto che la minaccia russa all’Europa si manifesterà sempre più attraverso sabotaggi, disinformazione e violazioni dello spazio aereo, piuttosto che con un’aggressione militare convenzionale su larga scala.

La posta in gioco delle infrastrutture sottomarine

I cavi che giacciono sul fondale marino o appena al di sotto di esso, non più spessi di un tubo da giardino, sono da decenni un bersaglio privilegiato nei conflitti: già durante la Prima e la Seconda guerra mondiale la loro importanza per la trasmissione di ordini via telegrafo o telefono era tale da giustificare azioni di sabotaggio. Oggi la loro rilevanza economica e strategica è ancora maggiore, considerando che da essi dipendono la connettività internet globale e una quota significativa delle transazioni finanziarie internazionali.

La consapevolezza di questa vulnerabilità ha spinto l’Alleanza Atlantica a concentrarsi maggiormente sulla sicurezza delle infrastrutture sottomarine dopo la distruzione, nel 2022, di tre dei quattro gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, un episodio per il quale le autorità tedesche hanno incriminato un cittadino ucraino che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di ufficiale delle forze speciali, mentre Kiev ha respinto ogni coinvolgimento.

In questo contesto, la Norvegia ha annunciato l’intenzione di posare un nuovo cavo in fibra ottica che collegherà le Svalbard e l’isola vulcanica di Jan Mayen alla terraferma entro il 2028, mentre la Gran Bretagna ha schierato forze sull’isola artica lo scorso agosto insieme ad alleati norvegesi e statunitensi per un’esercitazione finalizzata a dimostrare la capacità della Nato di operare congiuntamente nell’Alto Nord.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.