La giornata di papa Leone a Pompei e Napoli: messa, appelli contro la guerra e l’abbraccio agli ammalati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Papa Leone XIV ha trascorso un’intera giornata fuori dalle mura vaticane, l’8 maggio, volando dapprima a Pompei e poi a Napoli in quella che, a tutti gli effetti, appare come una discesa in campo decisa e profondamente simbolica. Lui, che da poco più di un anno siede sul trono di Pietro, ha scelto di celebrare il primo anniversario della propria elezione – coincidenza voluta o meno, poco importa – proprio tra la folla campana, restituendo un’immagine di un pontificato che sembra trovare proprio nel sud Italia il suo battesimo popolare più autentico.

L’approdo al «Tempio della Carità» e la supplica alla Madonna

La mattinata si è aperta a Pompei, cittadina stretta tra il vulcano e il mare, dove il pontefice è atterrato in elicottero per recarsi subito al santuario dedicato alla Vergine del Rosario. È stato un susseguirsi di momenti toccanti: prima l’incontro al cosiddetto «Tempio della Carità», poi l’abbraccio agli ammalati e alle persone con disabilità, che lui ha voluto avvicinare uno a uno, senza fretta. Non c’era retorica in quel gesto, semmai la consapevolezza di chi sa che la tenerezza, talvolta, sostituisce ogni omelia. Più tardi, in piazza Bartolo Longo, ha celebrato la messa e ha guidato la recita della Supplica alla Madonna di Pompei, una preghiera che qui assume i toni di un rituale corale. Ed è stato proprio da quel palco, sotto lo sguardo benigno della Vergine, che il papa ha lanciato un nuovo, netto appello: «Non possiamo rassegnarci alla guerra. Basta guerre, non possiamo rassegnarci a immagini di morte». Parole che riecheggiano in un momento storico – con Donald Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti da oltre un anno – in cui i conflitti sembrano essersi cronicizzati.

Napoli, il Duomo e l’incontro con clero e consacrati

Nel primo pomeriggio lo spostamento a Napoli, dove la folla ha presto riempito le strade che portano al Duomo. Qui il pontefice ha tenuto un discorso riservato al clero e ai consacrati, un’occasione per parlare, senza microfoni esterni, delle fatiche quotidiane del servizio pastorale in una città complessa come quella partenopea. Lui, che pure è un teologo navigato, ha invece scelto un linguaggio asciutto, quasi dimesso, perché sa bene che certe ferite si curano più con l’ascolto che con le dottrine. Nel pomeriggio, infine, l’arrivo a piazza del Plebiscito: l’incontro con la cittadinanza è stato un bagno di folla vero, fatto di striscioni, cori e occhi lucidi. Il calore dei napoletani, si sa, non è mai misurato, e stavolta ha avvolto il successore di Pietro in un modo che pochi altri viaggi apostolici avevano finora regalato.

Rebecca e il palco: «Non ero sola, con me c’era tutta la Sanità»

Tra i tanti volti che hanno popolato la giornata, c’è anche quello di Rebecca, una giovane donna salita sul palco accanto al papa per raccontare di sé e del proprio quartiere. Lei stessa ha confessato, a cose fatte, di aver realizzato quanto accaduto solo il giorno dopo: «Era tutto così surreale – ha detto – già prima di salire. Avevo un’ansia incredibile, ma una volta lassù è come se si fosse cancellato tutto. Il mio cuore sapeva che era un evento unico, irripetibile». E poi un’aggiunta che dice molto della Napoli più autentica: «Non ero sola sul palco, con me c’era tutta la Sanità». Un modo per restituire a un intero rione la grazia di un momento che, per quanto personale, diventava collettivo.

Prevost, l’anniversario e il «vero inizio»

C’è infine un’osservazione che molti, tra i cronisti presenti, si sono sentiti fare: che questo viaggio in Campania rappresenti, per papa Leone, il «vero inizio» del suo pontificato. Robert Prevost – figura di riferimento nella curia, che da un anno esatto affianca il pontefice – avrebbe confidato a pochi intimi che solo a Napoli si poteva trovare la cornice di entusiasmo e il bagno di folle degni di questo nuovo corso. E forse non aveva torto: perché c’è qualcosa di speciale in un papa che sceglie di festeggiare il proprio primo anno non davanti alle telecamere internazionali, ma tra l’odore di incenso e di mare di una città che lo ha accolto come se fosse sempre stato di casa.

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