La Norvegia aderisce alla deterrenza nucleare avanzata di Macron

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È ufficiale da ieri, mercoledì 27 maggio, l’ingresso della Norvegia nel programma di “deterrenza nucleare avanzata” voluto da Emmanuel Macron, una mossa – resa pubblica al termine di un incontro all’Eliseo tra il presidente francese e il primo ministro Jonas Gahr Støre – che allarga a nove il numero dei Paesi europei intenzionati a coordinarsi con Parigi sulle questioni di sicurezza atomica.

Il premier norvegese, incontrando i giornalisti accanto al leader transalpino, ha confermato che Oslo intende associarsi a partner come Polonia, Regno Unito, Germania e le nazioni nordiche, aggiungendo che ci si trova “di fronte alla situazione di sicurezza più grave dalla Seconda guerra mondiale”.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’accordo firmato nella capitale francese – battezzato “Narvik” in onore della battaglia del 1940 – prevede una clausola di mutua assistenza militare che integra l’articolo 5 della Nato senza però modificare il principio storico per cui, in tempo di pace, non verranno schierati ordigni atomici sul suolo norvegese.

Un cambio di passo nella dottrina francese, da Parigi a Oslo

La decisione, che arriva a distanza di quasi tre mesi dall’annuncio del capo dello Stato francese alla base strategica di Île Longue (dove Macron aveva parlato di un’“aggiunta di dimensione europea” all’arsenale transalpino), segue di fatto una duplice logica: da un lato, rafforzare le capacità di allerta precoce e di difesa aerea del continente; dall’altro, rispondere alle preoccupazioni sollevate da quei governi – lo stesso norvegese in testa – che temono un disimpegno militare degli Stati Uniti, nonostante la rielezione di Trump ormai più di un anno fa abbia ricomposto solo in parte le certezze atlantiche. Nella pratica, l’adesione alla “dissuasione avanzata” non implica che i partner abbiano voce in capitolo sull’uso finale delle testate, né tantomeno che ne ospitino stabilmente una propria: il controllo rimane una prerogativa esclusiva del presidente francese, mentre i Paesi coinvolti si impegnano a facilitare, se richiesto, lo schieramento temporaneo delle forze aeree strategiche di Parigi e a partecipare a esercitazioni congiunte.

I paletti di Oslo: niente bombe a casa e niente finanziamenti

Un aspetto che il governo norvegese ha tenuto a sottolineare con chiarezza – forse per non alimentare dibattiti interni o timori nella vicina Russia – riguarda i limiti posti all’intesa: Støre ha ribadito che la propria nazione non permetterà lo stazionamento di armi nucleari sul proprio territorio in tempo di pace e che non contribuirà finanziariamente al programma atomico francese, il quale, va ricordato, rimane distinto dalla condivisione nucleare della Nato.

Quello che cambia, insomma, è il livello della cooperazione operativa: più intelligence condivisa, maggiore integrazione nei piani di difesa aerea e la possibilità per la Francia di contare su infrastrutture e basi alleate in caso di crisi, senza che questo preluda a una vera e propria “cedibilità” dell’arma atomica. Lo stesso Støre, del resto, ha voluto precisare che la deterrenza primaria resta ancorata alla Nato e agli Stati Uniti, definendo però il contributo francese come un “completamento importante” per l’architettura di sicurezza europea.

Una scelta che rientra nella strategia di “difesa totale” norvegese

L’iniziativa, va inquadrata nel più ampio sforzo di Oslo per rafforzare la propria resilienza: nelle stesse ore in cui si stringeva la mano a Macron, il premier Støre ricordava che negli ultimi sei mesi sono stati siglati accordi analoghi con Germania e Regno Unito, a testimonianza di una strategia di “copertura” (hedging) che punta a diversificare le alleanze senza uscire dal solco atlantico.

E se è vero che la Norvegia confina con la Russia nell’Artico e che il riarmo di Mosca – insieme alla guerra in Ucraina – ha riacceso timori sopiti per decenni, è altrettanto vero che l’adesione al club francese arriva dopo quella di otto Paesi (tra cui Germania, Polonia, Svezia e Danimarca), a dimostrazione di come l’idea di una “dissuasione a guida europea” stia guadagnando terreno non solo nelle cancellerie del continente ma anche in quelle nordiche.

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