Famiglia nel bosco, il Comune offre una casa e il padre cambia strategia in attesa del ricorso
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Redazione Interno
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La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco di Palmoli, che ha tenuto banco per mesi tra polemiche politiche e accese manifestazioni di piazza, conosce una fase di intensa manovra giudiziaria e amministrativa, mentre i tre minori al centro della contesa restano ancora lontani dalla casa natale immersa nel verde abruzzese. A gettare un ponte verso una possibile riunificazione è, innanzitutto, l’iniziativa del Comune di Palmoli: con una delibera di Giunta, l’ente ha concesso a Catherine Birmingham e Nathan Trevallion un’abitazione di proprietà comunale, situata nella contrada Fontelacasa nei pressi del campo sportivo, in uso gratuito per un periodo non superiore ai due anni. Si tratta, come specificato dall’amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Masciulli, di una misura straordinaria e temporanea di sostegno abitativo, la cui concessione è però subordinata a una condizione stringente: la ristrutturazione del casolare nel bosco, di proprietà di Nathan, che attualmente risulta sprovvisto del certificato di abitabilità e necessita di adeguamenti igienico-sanitari. L’accordo, che non costituisce un contratto di locazione e non prevede rinnovo tacito, impone alla coppia di presentare il progetto di ristrutturazione entro sei mesi, obbligandoli così a regolarizzare la loro posizione abitativa pur mantenendo il legame con il luogo originario.
Mentre l’aspetto logistico trova una soluzione tampone, il fronte giudiziario mostra segnali di evoluzione significativa, in particolare per quanto riguarda la posizione del padre. Nathan Trevallion, dopo settimane di tensione e di contrapposizione frontale con le istituzioni, ha operato una netta inversione di rotta. Consapevole che l’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila – quella del 6 marzo che ha disposto l’allontanamento dei figli dalla madre – riteneva lui “adeguato” mentre alla moglie venivano contestati alcuni atteggiamenti, l’uomo ha deciso di prendere in mano la situazione. Secondo quanto emerso, avrebbe espresso alla moglie Catherine la volontà di adeguarsi integralmente alle regole italiane in materia di scuola, sanità e gestione dei minori, segnalando ai legali e ai giudici la propria disponibilità a seguire un percorso di “normalizzazione” che fino a quel momento la famiglia aveva rifiutato. Questa scelta, maturata dopo l’allontanamento dei tre bambini (una bambina di nove anni e due gemelli di sette) dalla casa nel bosco prima e dalla madre poi, sta aprendo concrete possibilità sul fronte della potestà genitoriale. Lo stesso Nathan ha già dato il proprio assenso all’inserimento dei figli in un doposcuola, un passo richiesto dal tribunale per favorire la socializzazione e che potrebbe rappresentare un tassello decisivo per il riottenimento dell’affidamento.
Sul fronte della madre, invece, il quadro resta drammaticamente più complesso e segnato dalla lontananza forzata. Catherine Birmingham, che dal 20 novembre prima e poi in modo più drastico dal 6 marzo scorso è separata dai figli, sta vivendo una condizione di profonda prostrazione, resa ancora più acuta da un recente episodio di malattia dei bambini. I tre minori, attualmente ospitati in una struttura protetta a Vasto, hanno avuto la febbre e Catherine, come emerso da una conversazione resa pubblica dallo psichiatra Tonino Cantelmi, ha espresso con durezza il proprio dolore per l’impossibilità di accudirli. “Saperli ammalati e non poterli consolare mi distrugge”, ha dichiarato la madre, interrogandosi sulle accuse specifiche che giustificherebbero una separazione tanto radicale da una famiglia – quella nel bosco – dove i bambini non avevano mai conosciuto altro ambiente se non quello naturale accanto ai genitori. Al momento, mentre a Catherine è consentito solo il contatto tramite videochiamata, Nathan continua a vedere i figli quotidianamente nella struttura di Vasto, portando loro talvolta piccoli simboli del passato, come le uova delle galline che allevavano insieme.
A rendere la vicenda un caso nazionale non sono state solo le scelte di vita controcorrente della famiglia, ma anche il movimento di opinione pubblica che si è aggregato attorno al loro destino. Nel corso delle ultime settimane, Roma è stata teatro di manifestazioni di solidarietà che hanno visto la partecipazione di centinaia di persone arrivate da diverse regioni. In piazza Vittorio, e successivamente in altri luoghi simbolici della capitale, sono risuonati slogan come “Giù le mani dai bambini” e “I nostri figli non sono dello Stato”, con manifestanti che hanno esposto cartelli per denunciare quella che definiscono un’ingerenza ingiustificata dello Stato nelle scelte educative e di vita delle famiglie. Il comitato “I figli non sono dello Stato”, nato proprio in scia a questo caso, ha organizzato presidi per chiedere maggiore trasparenza nelle procedure di allontanamento e per sostenere non solo i genitori di Palmoli ma anche altre famiglie italiane che dichiarano di aver subito analoghi provvedimenti ritenuti lesivi della loro libertà. A queste proteste si è unita anche Rachel, sorella di Catherine, che ha preso parte a un corteo a Roma insieme ad altri sostenitori, mentre il dibattito politico si è infiammato con figure istituzionali come il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha definito “incomprensibile” il provvedimento del Tribunale, auspicando un immediato affidamento dei minori al padre.
L’attesa per il ricorso e il sostegno del Comune
In attesa che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila si pronunci nuovamente, i difensori della famiglia – gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas – hanno già depositato ricorso in Corte d’Appello contro il provvedimento di allontanamento. A sostegno della richiesta di riunificazione, è stata allegata anche una relazione degli psicologi della Asl Lanciano-Vasto-Chieti, la quale, secondo quanto riferito, concluderebbe che nell’interesse dei minori sia necessario procedere proprio alla ricostituzione del nucleo familiare. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, che segue la famiglia come perito, ha ribadito che “non sussistono più motivi per mantenere separati i bambini dai loro genitori”, sottolineando come tutte le criticità segnalate in passato sarebbero state ormai affrontate. A questa pressione giudiziaria e mediatica si aggiunge la spinta dell’amministrazione locale: oltre alla casa gratuita, il Comune di Palmoli si è detto disponibile a sostenere economicamente la scuola parentale, facilitando l’accesso dei bambini al doposcuola per favorire il loro reinserimento sociale, un passaggio fondamentale per dimostrare al tribunale la volontà di adeguarsi alle normative italiane. Resta da vedere se questi sforzi congiunti, tra il cambio di rotta del padre e le garanzie fornite dall’ente locale, saranno sufficienti a convincere i giudici dell’Aquila a chiudere la crisi e a riconsegnare i tre bambini alla loro vita nel bosco, o quantomeno alla nuova abitazione messa a disposizione dal municipio.




