“Potresti dare un voto a Francesca?”. L’assessore Zilio e il contagio digitale della truffa della ballerina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ultima frontiera del crimine informatico, quella che in queste settimane sta saturando i display di milioni di smartphone in Italia, non fa esplodere ordigni né lascia tracce ematiche sulla scena di un delitto, eppure il suo meccanismo di propagazione ricorda da vicino la dinamica di un contagio virale; il vettore, in questo caso, non è un agente patogeno bensì la fiducia, quel legame relazionale che intercorre tra due contatti salvati in rubrica e che i truffatori, con perizia ingegneristica, hanno imparato a clonare e a rivoltare contro le stesse vittime. L’epicentro vicentino di questa ondata – sebbene il fenomeno, come confermano le forze dell’ordine, abbia ormai carattere nazionale – ha un nome e un volto istituzionale: quello dell’assessore allo sport Leone Zilio, il cui profilo WhatsApp è stato hackerato e successivamente utilizzato per inoculare il medesimo raggiro nei dispositivi di centinaia di suoi contatti -8. Il messaggio giunto dai telefoni dell’amministratore, “Ciao! Se ti va, potresti dare un voto a Francesca? È la figlia di amici cari”, rappresenta la perfetta sintesi della strategia criminale: una richiesta di aiuto apparentemente lecita, ancorché modesta, che fa leva sull’altruismo e sulla spontanea volontà di compiacere una persona nota.

L’architettura invisibile del Ghost Pairing e il furto di identità digitale

La denominazione tecnica attribuita dagli investigatori del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli – i quali hanno raccolto decine di denunce e stanno conducendo accertamenti mirati sull’identità dei responsabili – è “Ghost Pairing”, una variante particolarmente insidiosa del phishing che sfrutta una funzionalità legittima dell’applicazione di messaggistica -2-9. Diversamente dalle truffe di vecchia generazione, nelle quali i malintenzionati richiedevano esplicitamente il codice di verifica per impossessarsi dell’account, l’odierno modus operandi inverte l’ordine degli induttori: è il truffatore stesso a fornire un codice al malcapitato. Quel codice, solitamente composto da otto cifre, viene generato automaticamente dalla piattaforma WhatsApp quando si tenta di associare un nuovo dispositivo – un computer, un tablet o un browser web – all’utenza mobile della vittima -3. L’utente, convinto di star convalidando il proprio voto per la giovane ballerina ritratta nell’immagine del messaggio, inserisce quella sequenza numerica nella pagina web clonata e autorizza, di fatto, l’accesso dei criminali all’intera propria messaggistica; una volta aperta quella porta virtuale, i cybercriminali possono visualizzare non solo i messaggi in tempo reale, ma anche l’intera cronologia delle conversazioni, le fotografie scambiate, i documenti allegati e, naturalmente, l’elenco completo dei contatti -3-7.

Dalla bambina in tutù all’estorsione del notaio: la catena di Sant’Antonio digitale

Se la prima fase del raggiro – quella del finto concorso di danza – costituisce il grimaldello per forzare la serratura dell’account, è nella seconda fase che si materializza il danno economico per i soggetti coinvolti. Una volta insediatisi nel profilo della vittima, i truffatori attendono generalmente qualche minuto, talvolta qualche ora, per poi mettere a segno il colpo conclusivo: contattano i familiari più stretti, gli amici o i colleghi della persona spossessata della propria identità digitale e, simulando un’urgenza improvvisa, richiedono somme di denaro oscillanti tra i trecento e i mille euro -5. I pretesti, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, variano di caso in caso: c’è chi ha ricevuto la richiesta di saldare una parcella urgente dal dentista, chi quella di versare una caparra per un notaio e chi, ancora, si è visto chiedere un bonifico per fronteggiare una multa o una spesa sanitaria imprevista -5. L’elemento ricorrente, tuttavia, rimane l’apparente plausibilità della domanda, corroborata dal fatto che essa provenga dal numero di telefono di una persona con cui si ha un rapporto di frequentazione abituale; ed è proprio in questo scarto tra la razionalità – che suggerirebbe una verifica tramite chiamata vocale – e l’istintività – che spinge a correre in aiuto di un conoscente in difficoltà – che si inserisce la riuscita della frode.

Dispositivi collegati e codici fantasma: i segnali ignorati di un attacco in corso

Un aspetto paradossale della truffa, che emerge dall’analisi condotta dagli esperti di sicurezza informatica, risiede nella tracciabilità oggettiva della violazione subita: l’accesso fraudolento da parte di terzi lascia infatti delle impronte digitali, per così dire, nelle impostazioni del dispositivo compromesso. La sezione “Dispositivi collegati” – raggiungibile in pochi tocchi dal menu principale dell’applicazione – elenca puntualmente tutti i browser e le apparecchiature che hanno attualmente accesso all’account; un utente che si sottoponesse a una verifica periodica di tale schermata noterebbe quasi certamente la presenza di una sessione attiva in località geografica不同 o su un sistema operativo sconosciuto, elemento questo che consentirebbe di troncare immediatamente il collegamento e di neutralizzare il tentativo di furto d’identità -2-10. Analogamente, la ricezione di un SMS contenente un codice di verifica non richiesto – antecedente rispetto al messaggio della ballerina – dovrebbe costituire un campanello d’allarme immediato: quel codice, infatti, non serve a validare alcuna votazione, bensì rappresenta la chiave che il malintenzionato attende per impossessarsi dell’utenza. La Polizia Postale, attraverso i canali di comunicazione istituzionale, ha ribadito con cadenza quasi quotidiana che nessun servizio legittimo – bancario, assicurativo o amministrativo – richiede l’inoltro di codici ricevuti via SMS attraverso pagine web terze, ma l’efficacia persuasiva del messaggio, veicolato da un amico o da un parente, scavalca sovente ogni barriera critica -1-4.

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