L’attacco congiunto di Usa e Israele, la morte di Khamenei e il conto delle vittime: l’Iran sprofonda nel caos mentre si cerca un successore
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
C’è un’immagine, filtrata da ambienti della sicurezza, che racconta più di ogni comunicato ufficiale la fine di un’epoca per la Repubblica Islamica: Ali Khamenei, la Guida Suprema che dal 1989 non lasciava i confini dell’Iran, costretto a riparare in un bunker sotterraneo, forse a Lavizan, nel nord-est di Teheran. Un rifugio, quello in cui sarebbe stato trasferito con i familiari più stretti, che non gli è servito a salvarsi. L’onda d’urto dell’attacco combinato di Stati Uniti e Israele non gli ha lasciato scampo. La conferma, cercata invano per ore tra voci contraddittorie e smentite di facciata, è arrivata nella notte attraverso la televisione di Stato iraniana, costretta a mandare in onda immagini d’archivio con un nastro nero a lutto: il rahbar è morto. Con lui, stando ai primi rapporti della magistratura e delle agenzie di stampa locali, hanno perso la vita anche alcuni membri della sua famiglia, tra cui una figlia, un genero e una nipote, colpiti mentre si trovavano probabilmente all'interno del complesso della Guida. Un attacco chirurgico, quello descritto dal Pentagono e confermato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso in televisione, che non si è limitato al cuore politico del regime ma ne ha decapitato anche l’apparato militare: Mohammad Pakpour, il comandante dei Pasdaran, e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh risultano tra le vittime accertate dei raid, un colpo al vertice che lascia l’establishment della sicurezza in uno stato di shock e disorganizzazione.
Non è solo il centro del potere a essere stato preso di mira. La portata dell’offensiva, definita da Trump come finalizzata a “eliminare minacce imminenti”, ha avuto effetti devastanti anche sulla popolazione civile, gettando un’ombra lunga sulle dinamiche di una guerra che, d’ora in poi, dovrà fare i conti con un tragico conto di vittime innocenti. Fonti della Mezzaluna Rossa iraniana parlano di almeno 201 morti e oltre 700 feriti in 24 delle 31 province del paese, ma sono due episodi in particolare a gridare vendetta e a infiammare gli animi. Il primo, raccontato dai media locali e rilanciato dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei, riguarda una scuola femminile nel sud del paese, a Minab, dove sarebbero rimaste uccise fino a 160 persone, per lo più bambine e ragazze. Un attacco che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian non ha esitato a definire “disumano”. Il secondo, una strage in una palestra nella provincia meridionale di Fars, con almeno 15 vittime. La risposta di Teheran, pur nella confusione del momento, non si è fatta attendere: i Pasdaran hanno lanciato ondate di missili e droni contro obiettivi israeliani e basi statunitensi sparse per il Golfo, dalla Quinta Flotta in Bahrain alle installazioni in Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, in una spirale di violenza che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla sospensione del traffico aereo su mezza regione.
Con il della Guida ancora al centro di voci contrastanti sulla sua esatta ubicazione, il regime prova ora a fare quadrato attorno all’unico elemento certo: la necessità di mostrare una continuità. Il Consiglio dei ministri, riunitosi d'urgenza, ha parlato di un “grande crimine” che non rimarrà impunito, mentre l’emittente statale Irib ha annunciato quaranta giorni di lutto nazionale. Ma il vuoto di potere al vertice è incolmabile e la macchina della successione, per quanto prevista dalla costituzione, si muove su un terreno minato. L’Assemblea degli Esperti, il consesso di 88 religiosi che dovrebbe riunirsi per designare il nuovo rahbar, si trova di fronte a uno scenario apocalittico: i raid continuano, la capitale è nel mirino e riunire i membri potrebbe rivelarsi un boomerang letale. Nel frattempo, a reggere le redini di uno stato in tilt, sono rimasti il presidente Pezeshkian, il capo del parlamento e il capo della magistratura, una gestione temporanea che sa di ordinaria amministrazione mentre si gioca una partita molto più grande.




