Sulla 13. AVS un finale ad alta tensione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è stata certo una passeggiata, il lungo braccio di ferro andato in scena a Palazzo. Dopo mesi di stallo, l’orologio politico è ormai agli sgoccioli: tra meno di una settimana sapremo finalmente se, e con quali modalità concrete, la tanto dibattuta 13esima rendita AVS (il cui primo versamento è previsto per dicembre) troverà una copertura finanziaria stabile. L’altro ieri, con un margine di voti che non lasciava spazio a fraintendimenti (26 contro 19), il Consiglio degli Stati ha dato il proprio via libera al compromesso cucito su misura dalla Conferenza di conciliazione.

Una soluzione, questa, di tipo misto: prevede infatti un aumento a tempo indeterminato dell’aliquota ordinaria dell’IVA di 0,4 punti percentuali – che salirebbe così dall’attuale 8,1% all’8,5% – e una parallela crescita dei prelievi salariali dello 0,2%. L’aliquota ridotta, quella che grava sui beni di prima necessità come gli alimentari, resterà invece ferma al 2,6%.

In totale, considerando anche il contributo federale, le due misure dovrebbero convogliare nelle casse del primo pilastro circa 3,3 miliardi di franchi; peccato che il costo della nuova mensilità sia stimato in 4,5 miliardi, un dato che rende evidente quanto sia stato complicato mettere tutti d’accordo.

Il meccanismo (e il paradosso) della conciliazione

Il termine “conciliazione”, va detto, suona quasi come un eufemismo. In realtà, in seno alla conferenza non si è raggiunto un vero e proprio accordo allargato: è semplicemente prevalsa la linea del centrosinistra, forte di un maggior sostegno su questo tema specifico.

La Camera dei cantoni, d’altronde, era da sempre favorevole alla “soluzione mista” (contributi più imposte), mentre il Consiglio nazionale – che voterà il prossimo mercoledì – aveva strenuamente difeso fino a questo momento la variante basata esclusivamente sull’aumento dell’IVA, una misura che sarebbe comunque scaduta nel 2033.

L’idea alla base di quest’ultima strategia, caldeggiata dalla maggioranza PLR-UDC, era quella di guadagnare tempo; entro la fine del decennio, confidavano i deputati, il Parlamento avrebbe dovuto mettere a punto una riforma strutturale dell’AVS (la cosiddetta AVS2030) in grado di assorbire l’onere della tredicesima senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro.

Ma il fronte “borghese” (destra e centro-destra) è spaccato, e non potrebbe essere altrimenti: se da un lato si rifiuta di colmare i deficit con nuovi prelievi, dall’altro deve fare i conti con l’urgenza di garantire la prestazione approvata due anni fa dal popolo.

L’intervento del Consiglio federale per scongiurare la riduzione delle prestazioni

Mentre il Parlamento continua a rimandare la decisione finale, il Consiglio federale ha già dovuto muoversi in autonomia per evitare un cortocircuito normativo. Lo ha fatto con una modifica all’ordinanza sulla previdenza professionale (OPP 2) che entrerà in vigore a inizio agosto. Senza questo intervento tecnico, calcolando la tredicesima AVS come parte delle “prestazioni percepite”, molti pensionati avrebbero rischiato di sforare un tetto cruciale: quello che attualmente impedisce alla somma tra rendita AVS e secondo pilastro di superare l’85% dell’ultimo salario soggetto all’AVS.

Il superamento della soglia avrebbe automaticamente attivato una riduzione delle prestazioni, vanificando di fatto lo spirito dell’iniziativa popolare. L’esecutivo ha quindi deciso di escludere esplicitamente la mensilità supplementare (la cui erogazione è confermata per dicembre) da qualsiasi calcolo limitativo.

Un’altra modifica, questa volta relativa al pilastro 3a, entrerà in vigore nel luglio del 2027 e permetterà agli aventi diritto – anche se sposati o in unione domestica registrata – di indicare i figli (compresi quelli di primo letto) come beneficiari prioritari del proprio capitale in caso di decesso, superando le attuali limitazioni.

Tre scenari per un finale dal verdetto incerto

Resta dunque l’altissima tensione sulla votazione di mercoledì prossimo alla Camera del popolo, dove tutto è ancora in bilico. Il primo scenario è il più drastico: se il Nazionale dovesse respingere per l’ennesima volta la soluzione mista, il castello crollerebbe. La tredicesima verrebbe comunque erogata a dicembre, ma senza un finanziamento dedicato, scaricando l’intero onere (circa 4,2 miliardi solo per il 2026) sul Fondo AVS.

Le riserve, per ora gonfiate da buoni rendimenti finanziari, potrebbero assorbire il colpo iniziale, ma già dal 2029 il primo pilastro tornerebbe in rosso e il buco tenderebbe ad allargarsi anno dopo anno. Il secondo scenario prevede invece un’approvazione, magari grazie ad alcuni “dissidenti” nell’UDC (si pensa in particolare ai romandi) disposti a mandar giù l’aumento dei contributi pur di chiudere la partita. C’è infine un’ipotesi intermedia, per nulla peregrina: che venga respinto l’aumento dei contributi ma non quello dell’IVA, con il voto decisivo stavolta dei Verdi liberali.

Con il solo ricavo dell’IVA si finanzierebbe circa la metà della nuova rendita, lasciando l’altra metà in un inquietante limbo contabile. Se a ciò si aggiunge che qualsiasi inasprimento dell’imposta sui consumi dovrebbe comunque passare attraverso il vaglio di popolo e Cantoni – un referendum che i sondaggi danno tutt’altro che scontato – si capisce perché chi difende questo intreccio di norme e trattative lo definisca una “classica partenza ad handicap”.

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