La medicina di famiglia cambia volto: stipendi legati ai risultati, obbligo di otto ore in ambulatorio e quella mezza giornata da dedicare alle Case di comunità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cronometro scandisce il tempo che stringe, e i nodi legati ai finanziamenti europei vengono al pettine con una brutalità che non ammette ulteriori rinvii. Quel misero 4% di Case di comunità – i maxi ambulatori finanziati dal Pnrr – pienamente funzionanti, deve essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e spinto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a calare la carta del decreto legge di riforma dei medici di famiglia. Che gradualmente e “volontariamente” potranno passare da liberi professionisti in convenzione con il Ssn a dipendenti pubblici, almeno in quelle regioni che soffrono di maggiori carenze d’organico o di difficoltà organizzative strutturali.

Ed è esattamente questa la leva principale dell’intervento normativo, studiato per scongiurare il buco delle scadenze di giugno legate al Pnrr: costringere i camici bianchi a mettere piede nelle strutture territoriali di prossimità. La bozza, attualmente al vaglio delle Regioni prima di approdare in Consiglio dei ministri entro fine mese, prevede l’introduzione di un vincolo normativo – non più solo di natura contrattuale – che impone ai medici di base e ai pediatri di libera scelta un monte ore aggiuntivo settimanale. Si aggirerebbe intorno alle sei ore di presenza da dedicare alle attività delle Case di comunità, un impegno minimo che si va a sommare al lavoro tradizionale negli studi privati e che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe risolvere il problema della desertificazione di questi presidi sanitari.

Il doppio binario tra autonomia e dipendenza, con la retribuzione che cambierà pelle

Non solo vincoli di orario, certo, perché la riforma di Schillaci tocca corde ben più sensibili, a partire dal portafoglio. Il vecchio sistema, che remunerava il professionista quasi esclusivamente in base al numero di assistiti (si parla di un gettone medio di circa 91 euro lordi a paziente all’anno), verrà gradualmente smantellato. Al suo posto si immagina un meccanismo di “pay for performance”, ovvero uno stipendio legato ai risultati clinici raggiunti, alle campagne di prevenzione effettuate e alla gestione dei malati cronici: una mole di scartoffie e di responsabilità che oggi spinge molti giovani a evitare la specializzazione, lasciando sul terreno un esercito di ambulatori scoperti.

In attesa di una riforma organica dei contratti, l’urgenza del decreto mira però a superare l’empasse che ha bloccato il decollo dell’assistenza territoriale. La Fimmg, il principale sindacato della categoria, ha già dichiarato lo stato di agitazione, definendo il provvedimento come una “forzatura istituzionale” che rischia di smantellare il rapporto fiduciario tra medico e paziente. Dal segretario nazionale Silvestro Scotti al responsabile provinciale di Catanzaro, Gennaro De Nardo, la musica è la stessa: la medicina di famiglia, così come la conosciamo oggi – basata su un modello di libera professione che secondo un rapporto Ocse garantirebbe risultati di eccellenza in Europa – verrebbe irreggimentata in una logica da sportello burocratico.

La pediatria si allunga fino alla maggiore età, i divari generazionali e geografici

Un altro aspetto centrale, e non meno divisivo, riguarda l’estensione del limite d’età per le cure pediatriche: l’assistenza garantita dal pediatra di libera scelta salirà dagli attuali 14 anni (con deroga fino a 16) ai 18 anni compiuti. Una misura che Schillaci definisce “strategica” per garantire la continuità delle cure in una fase delicata della crescita, ma che di fatto ridisegna il perimetro dei pazienti in carico ai camici bianchi, spostando il confine tra chi segue i bambini e chi segue gli adulti. Una scelta che, se da un lato risponde a un bisogno delle famiglie, dall’altro rischia di congestionare ulteriormente il lavoro dei pediatri, già provati da anni di organici ridotti all’osso.

Le polemiche, insomma, non mancano, e si intrecciano con le profonde differenze che attraversano il territorio nazionale. Se al Nord, in regioni come l’Emilia-Romagna, i rapporti con il sistema pubblico sono storicamente più rodati, al Sud – basti pensare alla Calabria o alle aree interne – i medici di famiglia rappresentano spesso l’unico presidio sanitario effettivamente raggiungibile. Trasformarli in dipendenti, obbligandoli a presidiare strutture fisse lontane dai piccoli borghi, potrebbe generare un esodo di massa da quelle zone già sprovviste di personale, aggravando un’emergenza che il Pnrr aveva promesso di risolvere e che invece rischia di esplodere in tutta la sua drammaticità proprio mentre si prova a metterci una pezza.

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