Più libri, meno libertà: il "patentino antifascista" scatena la bufera sulla fiera di Roma
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Redazione Interno
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Signore e signori, giù il cappello davanti al capolavoro definitivo del progressismo a targhe alterne, quello che va in scena a Roma sponda "Più libri più liberi". Una kermesse, quest'ultima, dedicata alla piccola e media editoria che, già dal nome, vorrebbe evocare spazi aperti, profumo di carta e assoluta anarchia del pensiero; e invece no, perché quest’anno per esporre quattro volumi in croce gli editori dovranno esibire quello che è già stato ribattezzato il "patentino antifascista".
La richiesta, avanzata dagli organizzatori della fiera in programma a dicembre alla Nuvola dell'Eur, impone la sottoscrizione di una dichiarazione che impegna i partecipanti al ripudio del fascismo e alla condivisione dei principi costituzionali, una novità assoluta rispetto alle edizioni precedenti. Un caso, questo, che affonda le sue radici nelle polemiche dello scorso anno, quando la presenza di una casa editrice di chiara ispirazione fascista aveva generato proteste e appelli affinché l'Associazione Italiana Editori adottasse criteri più stringenti nella selezione degli espositori.
Il "Codice Rocco" e la stoccata del Guardasigilli
A gettare benzina sul fuoco, alimentando un dibattito che ormai ha valicato i confini della semplice cronaca culturale, ci ha pensato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Con una frase tanto lapidaria quanto carica di implicazioni giuridiche e storiche, il Guardasigilli ha osservato come forse gli organizzatori ignorino un dettaglio non trascurabile: "Il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il codice penale, reca la firma di Mussolini".
Una notazione, quella del ministro, che non solo ha smontato la retorica della dichiarazione di intenti, ma ha messo il dito nella piaga di una realtà normativa italiana, dove la cosiddetta "eredità del Ventennio" – rappresentata dal Codice Rocco del 1930 – costituisce ancora l’impalcatura portante del sistema repressivo. Un’incongruenza, quest’ultima, che trasforma l’obbligo del "patentino" in un paradosso politico-giudiziario di non facile soluzione: come condannare i "fascismi" a parole, quando nei fatti quotidiani le aule dei tribunali vivono ancora sulle leggi di allora?
La premier contro la "censura" e le ragioni della discordia
Non poteva mancare, naturalmente, la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che già domenica era scesa in campo con toni decisamente accesi. Attraverso i suoi canali social, la premier ha attaccato frontalmente l’iniziativa, definendola niente meno che "censura". "È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero", ha scritto Meloni, sottolineando come l’obbligo di sottoscrivere un credo politico per poter operare rappresenti un’aberrazione in una società democratica.
Una presa di posizione, la sua, che ha costretto gli organizzatori a una parziale retromarcia o quantomeno a un "attento approfondimento" della questione per rispetto istituzionale, come si legge nelle note ufficiali diffuse dopo l’escalation verbale.
Dall’altra parte della barricata, l’opposizione non ha tardato a replicare: esponenti del Movimento 5 Stelle e del centrosinistra hanno accusato la premier di usare il caso per distrarre l’opinione pubblica da temi più scottanti, o peggio di rincorrere il consenso della destra radicale, voltando le spalle ai valori fondanti della Carta costituzionale.
Un braccio di ferro che ridisegna i confini culturali
Al di là delle scaramucce politiche, che pure infiammano il dibattito estivo, la vicenda del "patentino" fotografa una frattura profonda e forse insanabile. Da un lato, vi è la volontà di alcuni settori della società civile di erigere un cordone sanitario ideologico, impedendo a certe derive di contaminare gli spazi della cultura alta; dall’altro, la difesa di un pluralismo assoluto che non ammette distinzioni di scuola di pensiero, fosse anche quella che inneggia al duce.
La fiera "Più libri più liberi", che si tiene proprio nella capitale, è diventata così il campo di battaglia di una guerra più grande, quella per definire cosa sia lecito leggere, pubblicare e promuovere nell’Italia contemporanea.
E mentre il mondo dell’editoria trattiene il fiato, in attesa di sapere se la famigerata dichiarazione verrà ritirata o meno, a restare sullo sfondo è l’amara constatazione del ministro Nordio: viviamo ancora in un impianto normativo vecchio di quasi un secolo, firmato da un dittatore, e forse prima di chiedere conto ai libri delle loro intenzioni, sarebbe il caso di riscrivere quelli veri, i codici che governano la nostra vita.




