Iran, la solidarietà di Mattarella per le vittime: «Efferato sterminio di manifestanti»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sceglie di parlare dell’Iran, Sergio Mattarella, con lo sguardo di chi, in questi giorni, non può più documentare «le manifestazioni di piazza, la repressione, le uccisioni». Il presidente della Repubblica italiana, in una presa di posizione netta, denuncia ciò che definisce un «efferato sterminio di manifestanti», puntando il dito contro la metodica volontà di occultamento perseguita dalle autorità di Teheran. «Insieme alla efferata crudeltà dello sterminio dei manifestanti, occultare quanto avviene è stata la prima preoccupazione di un regime», ha affermato Mattarella, sottolineando come il potere abbia tentato fin dall’inizio «di bloccare l’accesso alle fonti di informazione e la diffusione delle notizie». Un blackout informativo, quello imposto, che ha reso ancora più opaca e difficile da quantificare la portata di una repressione già di per sé durissima.

Le rassicurazioni a Washington e una tregua annunciata

Proprio mentre le condanne internazionali si moltiplicano, da Washington giunge una svolta che sembra allontanare, almeno nel breve termine, il rischio di un intervento militare diretto. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, fa marcia indietro rispetto ai toni minacciosi utilizzati nelle scorse ore, dopo aver ricevuto quella che la Casa Bianca ha definito un’assicurazione cruciale. La portavoce Karoline Leavitt ha infatti riferito che gli americani avrebbero ottenuto garanzie dall’Iran sulla sospensione di centinaia di esecuzioni capitali previste per i manifestanti arrestati. «Non faremo impiccagioni», sarebbe stato il messaggio chiave inviato da Teheran per scongiurare una reazione armata, anche se l’amministrazione statunitense mantiene alta la guardia, precisando che tutte le «opzioni sono sul tavolo» e che la situazione resta sotto stretta osservazione.

Le radici di una rivolta senza precedenti

Lo scenario in cui si inseriscono queste complesse dinamiche diplomatiche affonda le sue radici in una protesta esplosa ormai da settimane, trasformandosi in una delle più ampie e trasversali sfide al potere degli ultimi decenni. Tutto ha avuto inizio, secondo quanto ricostruito, con una mobilitazione nel grande bazar della capitale, un epicentro tradizionale del malcontento economico e sociale. Da lì, il moto di dissenso si è rapidamente esteso, coinvolgendo strati della società di solito distanti: dalla borghesia intellettuale alle classi popolari più disagiate, attraversando con una rara unità d’intenti diverse etnie, come persiani, arabi e curdi. Una convergenza inedita, quella che ha riempito le piazze, che ha mostrato la profonda frattura tra il regime e una fetta consistente della popolazione, stremata da politiche repressive e da una crisi economica persistente.

Repressione e primi segnali di de-escalation

Se la rivolta ha mostrato un volto plurale e determinato, la risposta delle forze di sicurezza è stata, secondo ogni evidenza, di una ferocia proporzionale. Agli arresti di massa e alle uccisioni indiscriminate riferite da varie fonti, si è affiancata per giorni una chiusura totale della rete internet, un blackout digitale concepito per isolare il paese dal mondo e per impedire ai cittadini di condividere immagini e testimonianze degli avvenimenti. In questo contesto, l’annuncio della sospensione delle esecuzioni capitali appare come il primo, concreto segnale di una possibile, seppur fragile, distensione. Un altro elemento che concorre a placare gli animi è la riapertura dello spazio aereo iraniano, dopo una chiusura improvvisa e prolungata che aveva alimentato timori di un’imminente escalation militare, facendo volare alti i prezzi del petrolio e l’ansia dei mercati. Sono misure che, prese insieme, sembrano indicare una volontà di abbassare la tensione, almeno temporaneamente, mentre la rivolta, sebbene privata della sua cassa di risonanza online, non accenna a spegnersi del tutto.

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