Mondiali 2026, la critica inglese e le radici calabresi di Infantino: “Un torneo infido”
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Redazione Sport
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Che si tratti dell’edizione più faraonica – 104 partite sparse su oltre otto milioni di miglia quadrate – lo si capisce dalla logistica, che per la prima volta abbraccia tre nazioni (Stati Uniti, Messico e Canada), ma anche dalla durata, destinata a sfiorare i quaranta giorni. Non ve ne foste accorti, vista la messa in scena (solo la prima di tre cerimonie) all’Azteca di Città del Messico, ma il via ufficiale è stato dato proprio ieri con il match tra i padroni di casa e il Sudafrica.
Un avvio, quello scelto dalla Fifa, che ha già scatenato l’ira della stampa britannica: a farne le spese, con un’analisi a dir poco spietata, è il format a 48 squadre, bollato come “la risposta a una domanda che nessuno si era posto”. Oliver Brown, firma di punta del Telegraph, lo ha definito un evento “affascinante da vedere fallire”, un concentrato di venalità politica e consumismo sfrenato, dove persino il gesto tecnico rischia di essere soffocato dalle umiliazioni per le nazionali minori.
La “bolla dorata” e le polemiche sui visti
A far imbufalire i critici, oltre al minutaggio eccessivo, è la gestione politica del torneo. La scelta di assegnare il “Fifa Peace Award” a Donald Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno – viene interpretata come un ulteriore atto di sudditanza da parte del numero uno del calcio mondiale.
Le critiche, tuttavia, non riguardano solo l’aspetto cerimoniale, ma si infrangono contro i dossier caldi della vigilia: basti pensare alla questione dei visti per la delegazione iraniana, costretta a traslocare in Messico dopo il diniego d’ingresso negli Stati Uniti, o allo spettro degli scioperi per i salari negli stadi. “Predica l’inclusione ma si macchia di discriminazione”, ha tuonato Brown, citando il caso – emblematico – dell’arbitro somalo bloccato alle frontiere.
La Fifa, dal canto suo, sembra muoversi all’interno di una bolla dorata: dirigenti che si spostano in jet privati tra le hall dei Four Seasons, apparentemente impermeabili alle “tristi seccature” logistiche che ricadono sulle spalle dei tifosi.
L’Italia assente, il presidente beffardo
E mentre il mondo del calcio si allarga – con debuttanti come Capoverde e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro – l’Italia resta drammaticamente a guardare. Una assenza, la terza consecutiva, che il presidente Gianni Infantino non ha esitato a trasformare in una battuta (qualcuno dice in una vera e propria umiliazione) durante l’intervista rilasciata ai canali brasiliani.
“Forse con 64 squadre l’Italia si qualificherebbe”, ha scherzato il numero uno della Fifa, aggiungendo poi, con una risata, che forse per vedere gli Azzurri bisognerebbe arrivare a 208 o 228 partecipanti. Un sarcasmo che brucia, soprattutto se si considera l’origine del dirigente: nato in Svizzera, ma con radici profondissime a Reggio Calabria, tanto da definirsi orgogliosamente “un reggino”.
Lo stesso Infantino, che nel 1982 tifava per Paolo Rossi, ha comunque voluto precisare (quasi a voler giustificare la stilettata) che per questa edizione non è mai esistita alcuna possibilità di ripescaggio per l’Italia.
Il nuovo che avanza tra stadi giganti e polemiche arbitrali
Non si placa, intanto, il dibattito sull’allargamento del numero di squadre: un meccanismo che, nelle intenzioni della Fifa, dovrebbe unire il pianeta ma che, nella pratica, rischia di produrre goleade imbarazzanti (si pensi al rischio di vedere il Brasile smantellare Haiti o la Germania contro Curaçao). A questi si aggiungono le polemiche sui costi proibitivi dei biglietti, difesi da Infantino come il giusto prezzo per un’esperienza irripetibile.
Tra contestazioni sociali in Messico e la consapevolezza che il calcio giocato dovrà fare i conti con un calendario già massacrante per i calciatori, l’ombra della politica – quella che ha trasformato il torneo in uno specchio delle complessità dell’America di Trump – sembra pronta ad allungarsi per tutta la durata della competizione.




