Il mago delle estrazioni: così abbiamo fatto fuggire Machado tra onde e posti di blocco
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Redazione Esteri
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La determinazione di María Corina Machado di ricevere di persona il premio Nobel per la Pace a Oslo si è scontrata con una rete di controllo, fatta di uomini armati e tecnologia, che rendeva il Venezuela una prigione a cielo aperto. Per aggirare quella gabbia, la leader dell'opposizione, il cui volto era noto a ogni pattuglia, ha dovuto affidarsi a un'operazione clandestina, orchestrata da professionisti dell'ombra che hanno pianificato ogni mossa come in una complessa partita a scacchi. L'impresa, denominata in codice "Golden Dynamite" e voluta direttamente dall'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha visto in prima linea Bryan Stern, un veterano di guerra che oggi guida un'organizzazione privata specializzata in missioni ad alto rischio.
Il percorso terrestre: venti checkpoint e un travestimento
La prima, delicatissima fase dell'esfiltrazione si è consumata sulle strade che dalla periferia di Caracas conducono alla costa. Machado, la cui fisionomia era un bersaglio per qualsiasi militare di servizio, ha viaggiato camuffata con una parrucca scura e abiti comuni, confondendosi tra altri passeggeri. Il veicolo che la trasportava ha superato, uno dopo l'altro, circa venti posti di blocco militare, un percorso ad altissimo rischio dove ogni controllo poteva trasformarsi in una fine immediata dell'operazione e in un arresto certo. Il successo di questo tratto, che ha richiesto nervi saldi e informazioni precise sui movimenti delle pattuglie, ha rappresentato il primo fondamentale passo verso la libertà.
La deriva in mare: il gps perso e l'attesa del segnale
Raggiunta la costa, il piano prevedeva un trasferimento via mare, modalità scelta per eludere i più stretti controlli aeroportuali. Machado si è imbarcata su un peschereccio locale, il quale ha subito dovuto affrontare condizioni proibitive, con onde alte fino a tre metri che hanno reso la navigazione un calvario. Le acque turbolente non hanno risparmiato nulla, neppure l'apparecchiatura di navigazione: il gps, strumento vitale per l'appuntamento in alto mare, è finito in acqua, lasciando l'imbarcazione alla deriva e in balia delle correnti. Per tre lunghe ore, il peschereccio ha vagato senza una rotta certa, mentre a bordo cresceva l'ansia per il mancato rendez-vous con la squadra di recupero statunitense.
Il rendez-vous e l'ultimo tratto verso Curaçao
Nonostante l'imprevisto, il coordinamento via radio ha permesso infine l'incontro, a notte fonda, in un punto prestabilito dell'oceano. Lì, Machado è stata trasferita su un'altra imbarcazione, gestita da ex militari delle forze speciali e agenti, che l'ha condotta in salvo verso Curaçao, isola dei Caraibi sotto la sovranità del Regno dei Paesi Bassi. Il governo locale ha però preso le distanze, negando con decisione qualsiasi coinvolgimento nell'operazione. L'ultima parte del viaggio, seppur al sicuro dalla minaccia venezuelana, è stata descritta come fredda e carica di una tensione che non accennava a placarsi, mentre la barca procedeva verso la tappa finale prima del volo transatlantico per la Norvegia.




