Il centrodestra compatto contro Ilaria Salis: «Si dimetta»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso Salis, che non accenna a placarsi, ha trovato ieri una nuova e veemente escalation nelle dichiarazioni ufficiali del centrodestra italiano. A chiedere le dimissioni immediate dell’europarlamentare, rea di opporre una resistenza – a dir poco inopportuna – durante un controllo di routine, è stata prima una nota pubblicata sui canali social di Fratelli d’Italia, poi rilanciata da tutte le anime della maggioranza. «Ha un passato discutibile – si legge nel post – e il suo stesso assistente risulta coinvolto in procedimenti giudiziari; eppure la sinistra continua a proteggerla e a mantenerla al Parlamento europeo. Non può restare un minuto di più. Ilaria Salis, dimettiti». Una richiesta secca, priva di quelle formule ipocrite di circostanza, che mira a trasformare un episodio di cronaca giudiziaria in un preciso atto d’accusa politica. A impreziosire il fronte, e a togliere ogni possibile alone di vittimismo alla vicenda, ci ha pensato Roberto Vannacci: l’europarlamentare della Lega, interpellato a margine dell’inaugurazione della sede romana di Futuro Nazionale, ha liquidato le proteste della collega con un realismo crudo. «No, non vedo quale solidarietà debba esprimere. È stato fatto un controllo di polizia di routine – ha dichiarato – cosa che quando viene fatta a me mi fa solamente che piacere. Anzi, vado sempre a salutare le forze dell’ordine perché sono un elemento dello Stato che protegge i cittadini onesti, e se uno è onesto non ha nulla da temere».

L’ombra del passato e l’assistente condannato

Più passano i giorni, più si chiariscono i contorni di quella che molti, nei giorni scorsi, avevano frettolosamente definito una “retata fascista” in terra ungherese. Il punto nodale, spiegano fonti vicine all’inchiesta, non è tanto la perquisizione in sé – peraltro già ridimensionata dalla stessa Salis, che dopo aver parlato di «regime» ha prudentemente corretto il tiro – quanto la ragione che l’ha scatenata. «Il pianto e la scenata registrata quando la polizia ha bussato alla porta del suo albergo – si legge ancora nella nota di FdI – riguardava il suo assistente pregiudicato, condannato a sei mesi di carcere, pena poi commutata in una sanzione da 15mila euro». Una circostanza, quest’ultima, che getta una luce diversa sull’intera vicenda: non più la solita denuncia delle molestie poliziesche subite da una militante di sinistra, ma l’indizio di un controllo amministrativo nato da segnalazioni precise. Il fatto che l’assistente abbia evitato il carcere versando una cifra considerevole non cancella la condanna; semmai, la rende un precedente scomodo per chi, come Salis, siede oggi tra gli scranni di Bruxelles grazie a una larga intesa delle forze progressiste.

L’antifascismo come reato: la svolta di Orbán e le destre globali

Tuttavia, ridurre la vicenda a un semplice retroscena giudiziario sarebbe miope. Le molestie (vere o presunte che siano) subite dalla Salis il giorno della manifestazione non rappresentano solo un’intimidazione, né la torbida manovra di una rete sovranazionale di controllo; sono, piuttosto, il sintomo di un preciso orientamento delle destre al potere su entrambe le sponde dell’Atlantico. A Budapest, il regime di Victor Orbán – lo stesso che per primo ha osato laddove altri esitavano – ha caparbiamente attribuito alla vicenda giudiziaria dell’italiana un’importanza esemplare: quella di istituire una nuova, incredibile fattispecie criminale, l’antifascismo. Un reato che, nella sostanza, trasforma un’identità politica dichiarata in un'aggravante penale. E non è un caso, in questo quadro, che la «speciale attenzione» riservata all’europarlamentare discenda proprio dalla specificità della sua vicenda: essere stata la prima, in Europa, a vedersi contestare un reato per la propria militanza dichiaratamente antifascista. Una deriva che, da Budapest a Roma, trova oggi sempre più imitatori.

Il silenzio di Trump e il disprezzo per i simboli religiosi

E mentre il centrodestra italiano strepita, c’è un’altra variabile che pesa sull’inerzia generale. Trump, rieletto alla Casa Bianca, non ha speso una parola sulla vicenda Salis, ma ogni giorno – quasi per dispetto – piccona un altro pezzo di quella fragile architettura di pace e prosperità che l’Occidente credeva di aver consolidato. Più che un’assenza, la sua è una presenza ingombrante e distratta. E proprio in questo vuoto di attenzione si inserisce la parallela degenerazione dei conflitti mediorientali: il governo israeliano, in un gesto senza precedenti quanto ad arrogante volgarità, ha vietato l’accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pizzaballa. Dopo la guerra a Gaza, ammettono molti osservatori, scandalizzarsi per un oltraggio del genere è come indignarsi perché un criminale porta i calzini bianchi e corti: si tratta di una brutalità quasi banale, nel contesto di una violenza sistematica che ormai non sorprende più nessuno. Tra l’ascesa dell’antifascismo-reato in Ungheria, il controllo di routine sui collaboratori di Salis e il disprezzo dimostrato verso le gerarchie ecclesiastiche in Terra Santa, si delinea un’unica, inquietante linea d’ombra: quella di un potere che non tollera più né le idee contrarie, né i corpi intermedi, né i testimoni scomodi.

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