Fine vita in Veneto, il centrodestra si spacca. Zaia: "Un atto di civiltà"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si apre una frattura nel centrodestra veneto in occasione del voto sulla legge regionale che disciplina le procedure per il suicidio medicalmente assistito, un provvedimento di iniziativa popolare che ha portato in Aula a Palazzo Ferro Fini uno scontro che ha finito per dividere la maggioranza.

Mentre Fratelli d'Italia ha fatto muro annunciando ufficialmente la propria contrarietà al testo, Lega e Forza Italia hanno invece optato per una linea diametralmente opposta, concedendo libertà di coscienza ai propri consiglieri, i quali potranno esprimere un voto personale e svincolato dalle indicazioni di partito. Il dibattito, che ha infiammato gli animi e richiamato manifestanti da entrambe le parti, si è protratto per l'intera giornata, costringendo i lavori d'Aula a uno slittamento: la discussione e il voto finale sono stati rinviati a domani, 2 settembre.

La legge e il perimetro tracciato dalla Consulta

Il progetto di legge, sostenuto da oltre 9.000 firme e promosso dal comitato "Liberi subito", arriva in Consiglio dopo un lungo iter che ne ha profondamente modificato i contenuti originari, nell'intento dichiarato di renderlo conforme ai paletti fissati dalla Corte Costituzionale. La sentenza del 2019, ribadita da pronunce successive, ha stabilito le condizioni in presenza delle quali il suicidio assistito non è punibile, ma ha sempre demandato al legislatore nazionale il compito di dettare una disciplina organica, compito che il Parlamento non ha ancora assolto.

Come spiegato dal presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, la legge veneta non introduce un nuovo diritto, ma si limita a organizzare un percorso che, di fatto, esiste già nella prassi: quello che permette a un paziente in possesso dei quattro requisiti (patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di autodeterminarsi) di richiedere l'assistenza sanitaria per porre fine alla propria vita. "Il fine vita esiste già in Italia in virtù di una sentenza del 2019", ha dichiarato Zaia a margine dei lavori.

"Noi possiamo solo prevedere con questa legge l'organizzazione del percorso, e solo quella, per il paziente che chiede alla sua Ulss di poter gestire il fine vita".

Emendamenti e mediazione politica

Per arrivare al voto, il testo originale della proposta è stato riscritto attraverso un fitto lavoro di emendamenti presentati sia dalla Giunta guidata dal governatore Alberto Stefani, sia dal centrosinistra. La mediazione ha riguardato in particolare la composizione delle commissioni mediche multidisciplinari, l'iter di verifica dei requisiti e, aspetto delicato, l'eliminazione di termini temporali stringenti a favore di locuzioni più generiche per evitare "ingiustificati ritardi".

L'intento era quello di ricondurre la norma regionale a un mero compito di organizzazione della macchina sanitaria, depurandola da quelle che la Consulta ha considerato competenze esclusive dello Stato, come la definizione di tempi e modalità attuative della procedura. Durante i lavori, il clima è apparso teso anche fuori dall'Aula, dove si sono registrati momenti di contestazione nei confronti di Zaia, difeso poi da un attivista e blogger disabile, il dottor Luca Faccio, che ha ribadito il diritto di scelta per chi vive condizioni di sofferenza insopportabile.

Le voci contrarie e il dibattito etico

Non sono mancate, naturalmente, le voci critiche, che hanno espresso un netto dissenso sul provvedimento, anche all'interno dello schieramento che si dice vicino al governo. Tra i contrari più accesi c'è Riccardo Szumski, capogruppo di Resistere, che ha risposto per le rime a Zaia, definendo il progetto di legge tutt'altro che un inno alla libertà.

"Sono un medico che per quarant'anni ha sempre assistito i suoi pazienti", ha dichiarato l'esponente politico, spiegando di non aver mai ricevuto richieste di assistenza al suicidio e sottolineando come il problema non sia attuale, bensì la mancanza di cure palliative efficaci e la necessità di una legge nazionale che eviti il "far west" normativo.

La posizione di Fratelli d'Italia, che ha chiuso le porte a qualsiasi apertura, è stata motivata con la necessità di tutelare la vita e di non creare disparità di trattamento tra cittadini di Regioni diverse, insistendo sulla priorità di una disciplina statale che possa garantire uniformità sul territorio nazionale. L'Aula è tornata così a essere il teatro di uno scontro tra visioni etiche contrapposte, con i sostenitori della legge che invocano l'applicazione di un diritto già sancito dalla Consulta e i detrattori che denunciano il rischio di una deriva eutanasica in un vuoto legislativo.

L'incognita del voto e le manifestazioni

L'esito finale del voto, che si terrà domani, resta incerto nonostante l'apparente maggioranza numerica a favore. Secondo le prime indiscrezioni, il testo potrebbe comunque passare grazie ai voti di una parte consistente del centrodestra, che si sommerebbero a quelli del centrosinistra, ma la defezione annunciata di Fratelli d'Italia rende il risultato meno scontato di quanto non potesse apparire alla vigilia.

Fuori da Palazzo Ferro Fini si sono intanto susseguite le manifestazioni contrapposte di favorevoli e contrari, a dimostrazione di quanto il tema resti profondamente divisivo nell'opinione pubblica.

La partita, dunque, si è spostata sulla capacità del governatore Stefani e del presidente dell'intergruppo di centrosinistra, Giovanni Manildo, di mantenere la coesione tra i rispettivi schieramenti su un provvedimento che, a prescindere dall'esito, rappresenta un banco di prova significativo per gli equilibri politici regionali, mostrando una spaccatura evidente nel centrodestra veneto, chiamato a confrontarsi con un tema etico e giuridico di portata epocale.

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