Primo sì alla legge elettorale, il

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Applausi liberatori dai banchi della maggioranza e proteste con tanto di cartelli dagli scranni dell’opposizione: l’Aula della Camera ha approvato la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contrari e due astenuti. Il risultato, che è arrivato al termine di uno scrutinio segreto che ha chiuso settimane di trattative e tensioni interne, ha sancito il superamento del primo scoglio per il nuovo sistema di voto voluto dal centrodestra.

Un provvedimento che ora si appresta a iniziare il suo iter a Palazzo Madama, dove però potrebbe subire ulteriori modifiche, dato che le divergenze emerse durante l'esame a Montecitorio non sembrano affatto sopite.

Il testo, ribattezzato “Stabilicum” o “legge Bignami” dal nome del primo firmatario e capogruppo di Fratelli d’Italia, ridisegna profondamente le modalità di elezione delle Camere, mettendo sostanzialmente in soffitta il Rosatellum.

Il cuore della riforma prevede un premio di maggioranza fisso – 70 seggi alla Camera e 35 al Senato – che scatta a favore della lista o della coalizione vincitrice capace di raggiungere almeno il 42% dei consensi in ciascuno dei due rami del Parlamento; se questa soglia non viene raggiunta anche in una sola delle due Camere, il premio non scatta e i seggi vengono ripartiti su base puramente proporzionale.

La nuova legge introduce inoltre l’obbligo per ogni coalizione di indicare il nome e cognome del candidato proposto per la Presidenza del Consiglio all’interno del programma elettorale, anche se il nominativo non comparirà sulla scheda, e sancisce il ritorno alle liste bloccate, cancellando la possibilità di esprimere un voto di preferenza.

La bagarre in Aula e lo scontro politico

Il clima che ha preceduto e seguito il voto finale è stato particolarmente teso, con toni molto accesi tra maggioranza e opposizione. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha attaccato la premier Giorgia Meloni accusandola di aver tradito la fiducia degli italiani e ha ribadito l'impegno del centrosinistra a cambiare quella che ha definito una “pessima legge”.

Ancora più duro l'affondo del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha parlato di una legge pensata per blindare il potere della maggioranza, sostenendo che il Quirinale non diventerà mai terreno di manovre politiche. Sul fronte opposto, il voto finale ha visto compatto il fronte di centrodestra, anche se a pesare sull'atmosfera è stata soprattutto la battaglia interna sui dettagli della riforma, in particolare quella riguardante le preferenze.

Il nodo delle preferenze e i franchi tiratori

Il vero terremoto politico, che ha minato la compattezza della maggioranza, si è consumato nei giorni precedenti al voto finale. Un emendamento presentato da Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc per reintrodurre una forma di preferenza è stato infatti bocciato a scrutinio segreto per un solo voto: 188 no contro 187 sì, con il sostegno annunciato di Lega e Forza Italia che, di fatto, non è bastato a coprire il numero dei franchi tiratori.

La premier Giorgia Meloni ha commentato l'accaduto con un post sui social, parlando di una vittoria della “palude” e sottolineando che nella maggioranza erano mancati diversi voti, rendendo necessaria una riflessione. Duro anche il commento del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ha parlato di una maggioranza ormai inesistente e ha invitato la Meloni a dimettersi e restituire la parola agli italiani, ipotizzando un voto a settembre.

Nonostante le polemiche, a Palazzo Chigi è stato azionato il freno a mano sull'ipotesi di una crisi di governo, con l'obiettivo dichiarato di incassare la riforma e rivendicare il principio della stabilità. Non è comunque escluso che il tema delle preferenze, affossato per un soffio, venga ripresentato durante l'esame al Senato, dove potrebbe scatenare un nuovo braccio di ferro nella coalizione.

Il cavillo che può ribaltare il voto

Tra gli emendamenti approvati, uno in particolare, firmato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo, ha destato preoccupazione per i suoi potenziali effetti distorsivi.

La norma, pensata per ridurre la frammentazione e aggregare i partiti più piccoli, prevede una clausola che potrebbe di fatto ribaltare l'esito delle elezioni: se all'interno di una coalizione ci sono più liste che restano sotto la soglia di sbarramento del 3%, solo la prima ottiene seggi e concorre alla determinazione del risultato nazionale, mentre i voti della seconda lista sotto soglia vengono cestinati, non contribuendo al raggiungimento del premio di maggioranza.

In uno scenario di testa a testa tra le coalizioni, un vantaggio anche di alcuni punti percentuali potrebbe rivelarsi inutile se maturato da una lista che non supera lo sbarramento, un meccanismo che, secondo alcuni osservatori, appare fin troppo congeniale al disegno politico di Matteo Renzi, la cui lista è tra quelle potenzialmente a rischio.

I prossimi passi dell'iter parlamentare

Il percorso della riforma non è però concluso. Per diventare legge, il testo dovrà ottenere il via libera anche dal Senato, dove il governo punta a portare a termine l'iter in autunno, dopo la pausa estiva. Tuttavia, il clima di tensione e le divisioni emerse alla Camera lasciano presagire un esame non privo di insidie, con la possibilità che vengano presentati nuovi emendamenti.

Resta da vedere se la maggioranza riuscirà a ricompattarsi per arrivare al traguardo finale o se le crepe apertesi nella sua compagine si allargheranno ulteriormente durante il passaggio a Palazzo Madama.

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