Alzheimer, lo spray nasale che punta a proteggere i neuroni e la memoria
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Redazione Salute
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Un approccio terapeutico non invasivo sta attirando l'attenzione degli studiosi impegnati nella lotta alla malattia di Alzheimer. L'idea, tanto semplice quanto ambiziosa, consiste nell'utilizzare il naso come via d'accesso privilegiata per convogliare direttamente nel cervello segnali capaci di mitigare l'infiammazione e proteggere i neuroni. A svilupparla è un'équipe di ricerca italiana, i cui risultati preclinici aprono uno scenario inedito nella gestione delle malattie neurodegenerative.
Una strategia che nasce dalla placenta umana
Il cuore di questa sperimentazione risiede in un tessuto biologico dalle proprietà straordinarie: la membrana amniotica, uno dei componenti principali della placenta. I ricercatori hanno isolato delle particelle di dimensioni nanometriche, le vescicole extracellulari, rilasciate naturalmente dalle cellule di questo tessuto. Tali strutture funzionano come sofisticati messaggeri biologici, trasportando molecole in grado di dialogare con le cellule riceventi e di favorire un ambiente più favorevole alla sopravvivenza neuronale.
Lo studio è stato condotto da scienziati dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e il Centro di Ricerca E. Menni della Fondazione Poliambulanza di Brescia.
Perché la somministrazione intranasale è decisiva
Uno degli ostacoli maggiori nella cura delle patologie neurologiche è rappresentato dalla barriera ematoencefalica, un filtro naturale che protegge il cervello ma che limita drasticamente il passaggio dei farmaci assunti per via sistemica. La somministrazione attraverso uno spray nasale permette di sfruttare le vie olfattive per raggiungere più rapidamente il sistema nervoso centrale.
Secondo i dati emersi dalla ricerca, le nanovescicole somministrate in questo modo riescono a raggiungere l'ippocampo, l'area cerebrale cruciale per la formazione dei ricordi e particolarmente vulnerabile all'Alzheimer. Una volta giunte a destinazione, vengono incorporate sia dai neuroni sia dalla microglia, le cellule che svolgono un ruolo di sorveglianza e difesa immunitaria nel cervello.
Neuroinfiammazione, sinapsi e risultati nei test preclinici
Nel cervello colpito dalla malattia, la neuroinfiammazione gioca un ruolo centrale: le cellule della microglia possono diventare iperattive e contribuire al danneggiamento dei neuroni. Il trattamento sperimentale non si limita a spegnere la risposta immunitaria, ma rimodella il microambiente infiammatorio, modificando lo stato funzionale della microglia e creando condizioni favorevoli al mantenimento dell'integrità neuronale.
I test comportamentali condotti su modelli animali hanno mostrato un miglioramento significativo delle capacità cognitive, valutate attraverso prove di memoria di riconoscimento, memoria spaziale e memoria di lavoro. Gli effetti benefici interessano in particolar modo le molecole coinvolte nel funzionamento delle sinapsi, le connessioni che garantiscono la trasmissione delle informazioni nei circuiti nervosi.
Il contributo della ricerca traslazionale e le prospettive
Un aspetto rilevante dello studio riguarda la sua dimensione traslazionale. Presso la Clinica della Memoria del Policlinico Gemelli sono state raccolte biopsie cutanee di pazienti affetti da Alzheimer e di soggetti sani; da queste cellule sono stati generati neuroni umani in laboratorio, sui quali è stato possibile verificare gli effetti protettivi delle vescicole.
I primi autori della ricerca, Andrea Papait e Francesca Natale, hanno lavorato all'integrazione di due ambiti scientifici distinti, mettendo in relazione le proprietà immunomodulatorie delle vescicole di origine amniotica con i loro effetti sulla neuroinfiammazione e sulla memoria.
Il professor Claudio Grassi, ordinario di Fisiologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università Cattolica, ha precisato che si tratta di risultati preclinici che richiedono ulteriori validazioni nell'uomo e che non rappresentano ancora una terapia disponibile, ma indicano una direzione promettente per comprendere se i meccanismi con cui la placenta regola naturalmente l'infiammazione possano offrire nuovi strumenti contro le malattie neurodegenerative.
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