Netanyahu vola da Trump: la tregua di Gaza e l'incognita Somaliland sul tavolo di Mar-a-Lago

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un viaggio transatlantico, il cui esito potrebbe influenzare gli assetti di un intero quadrante mediorientale, porta il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a confrontarsi direttamente con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. L’incontro, in programma per lunedì pomeriggio, segue di sole ventiquattro ore quello tra il tycoon americano e il leader ucraino Volodymyr Zelensky, a conferma di un'agenda internazionale particolarmente fitta. Sebbene l’ufficialità parli di un ampio ventaglio di temi da trattare – dalla questione iraniana alle frizioni con il Libano e Hezbollah, fino ai delicati negoziati con la nuova Siria – il cuore delle discussioni si annida inevitabilmente attorno alla spinosa gestione della striscia di Gaza e alla controversa mossa diplomatica israeliana sul Somaliland, elementi che hanno creato non poche crepe nell’alleanza tra i due paesi.

La "fase due" per Gaza e i nodi della ricostruzione

L’avvio della cosiddetta "fase due" del piano per Gaza rappresenta, secondo quanto trapelato da più fonti, la priorità assoluta dell’amministrazione Trump, la quale intende esercitare un deciso pressing su Netanyahu affinché si proceda oltre la tregua attualmente in vigore. Tale fase, che dovrebbe concretizzarsi in un percorso strutturato verso una stabilizzazione duratura, si scontra però con valutazioni divergenti circa i tempi e le modalità della ricostruzione dell’enclave palestinese, pesantemente devastata dai mesi di conflitto. Gli Stati Uniti, infatti, sembrano propendere per un’accelerazione degli interventi umanitari e infrastrutturali, mentre Israele mantiene una posizione più cauta, legata a stringenti garanzie di sicurezza. Proprio queste differenze operative, che hanno già generato attriti tra i rispettivi apparati diplomatici, costituiranno il banco di prova principale del faccia a faccia tra i due leader, chiamati a ricucire uno strappo che rischia di compromettere l’efficacia dell’intera strategia.

Il riconoscimento del Somaliland, una pietra nello stagno diplomatico

Accanto al dossier gazawi, un altro argomento imbarazzante attende Trump e Netanyahu: il repentino e unilaterale riconoscimento da parte di Israele dell’indipendenza del Somaliland, regione separatista della Somalia. La mossa, che ha colto di sorpresa molti alleati e scatenato una “durissima reazione internazionale”, non sembra aver raccolto il plauso della Casa Bianca, la quale probabilmente vi scorge un elemento di ulteriore destabilizzazione in un’area, il Corno d’Africa, già teatro di complesse dinamiche geopolitiche. L’incontro a Mar-a-Lago offrirà dunque l’occasione per chiarire le motivazioni alla base di questa scelta, considerata da molti osservatori come un azzardo, e per valutarne le conseguenze sia sui fragili equilibri regionali sia sulla già tesa relazione con gli stati arabi.

Un vertice per ridefinire le regole dell'alleanza

Al di là dei singoli punti all’ordine del giorno, il vertice si carica di un significato più ampio, ovvero il tentativo di ristabilire una sintonia strategica che appare visibilmente offuscata. Le “profonde divergenze” emerse negli ultimi mesi, infatti, non riguardano solo la tempistica della ricostruzione di Gaza o le iniziative diplomatiche isolate, ma toccano la visione complessiva della gestione del dossier mediorientale. Per Netanyahu, l’appuntamento è cruciale per assicurarsi il continuo e incondizionato sostegno dell’amministrazione americana in un momento di grande pressione interna e internazionale; per Trump, costituisce un test per riaffermare la propria leadership e indirizzare, secondo i propri calcoli, le mosse di un alleato storico ma a volte ingombrante. Ciò che è certo è che, tra una stretta di mano e l’altra nelle lussuose sale di Mar-a-Lago, si decideranno passaggi fondamentali per il futuro di Gaza e per gli assetti di potere in Medio Oriente.

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