Elezioni Ungheria, la partita più dura per Orban
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Redazione Esteri
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Oltre 8,1 milioni di ungheresi sono chiamati domani alle urne per rinnovare i seggi del Parlamento monocamerale di Budapest, in quella che si annuncia come la sfida più incerta da quando Viktor Orban è tornato al potere nel 2010. Dopo quattro vittorie consecutive che hanno segnato sedici anni di dominio quasi incontrastato, durante i quali ha trasformato il paese in quella che lui stesso ha definito una ‘democrazia illiberale’, il leader del partito Fidesz si trova oggi a fronteggiare l’avversario più temibile della sua carriera: Peter Magyar. Ex uomo dell’establishment governativo, un insider che conosce i meccanismi del potere dal suo interno, Magyar è riuscito a catalizzare il malcontento popolare diventando il fulcro del partito Tisza, pronto a strappare il testimone al premier uscente.
La posta in gioco, va detto, non riguarda esclusivamente i confini nazionali. Gli ultimi sondaggi, sebbene vadano letti con la prudenza che si conviene a un campo di battaglia statistico, dipingono un quadro di sostanziale equilibrio rotto solo da un leggero vantaggio per l’opposizione. Un recente rilevamento condotto dall’istituto Median, infatti, assegna al partito Tisza un margine che sfiora la doppia cifra tra gli elettori decisi, mentre altre rilevazioni, come quella dell’Idea Institute, restituiscono un vantaggio più ridotto ma pur sempre significativo per Magyar, con Fidesz attestato stabilmente attorno al 37-40%. A rendere il verdetto ancora più imprevedibile è la fetta considerevole di indecisi – una quota che in alcuni sondaggi supera il 20% – il cui voto potrebbe rivelarsi decisivo per determinare il futuro esecutivo.
Tuttavia, leggere i numeri così come vengono esposti dalle agenzie sarebbe fuorviante, perché il terreno di gioco non è affatto pianeggiante. Il sistema elettorale ungherese, complesso e spesso criticato dagli osservatori internazionali, contiene delle asimmetrie strutturali che storicamente hanno favorito il partito di governo. La ripartizione dei 199 seggi, per esempio, premia i collegi uninominali rurali – tradizionalmente roccaforti di Fidesz – mentre diluisce il peso dei voti raccolti nelle grandi città, storicamente più ostili al premier. A questo meccanismo si aggiunge la peculiarità della cosiddetta “lista nazionale”, che assorbe i voti “eccedenti” dei candidati vincenti e li redistribuisce, creando un effetto moltiplicatore per chi conquista i seggi territoriali. Secondo le analisi dei think tank polacchi, in una competizione molto serrata come quella attuale, Tisza avrebbe bisogno di un distacco nazionale di almeno tre punti percentuali solo per raggiungere la parità in seggi, mentre Fidesz potrebbe mantenere la maggioranza anche in caso di sostanziale pareggio o persino di un leggero svantaggio nei consensi popolari.
La mobilitazione internazionale e il nodo dell’Europa
A dimostrare il peso strategico di queste elezioni è anche la massiccia mobilitazione degli ultraconservatori a livello globale, con un occhio di riguardo particolare verso Washington. Il presidente americano Donald Trump, ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, ha rotto gli indugi tornando a dare il suo endorsement esplicito a Orban. “Andate a votare per Viktor Orban – ha scritto su Truth – È un vero amico, un combattente e un vincitore, e ha il mio completo e totale sostegno per la rielezione”. L’interesse della Casa Bianca per le sorti del premier ungherese non si è limitato a un semplice post, dal momento che il vicepresidente JD Vance ha effettuato una visita lampo a Budapest nei giorni scorsi, durante la quale ha accusato l’Unione europea di ingerenze sistematiche nella politica interna magiara.
L’ambasciatore statunitense presso l’UE, Andrew Puzder, ha respinto al mittente le accuse di interferenza, definendo la missione di Vance come un atto di chiara amicizia e non di coercizione economica. Eppure, è evidente come la partita ungherese rappresenti uno snodo cruciale anche per gli equilibri interni al Vecchio Continente. Magyar, che durante la campagna elettorale ha cercato di smarcarsi sia dall’abbraccio di Mosca che da quello di Bruxelles, considera il voto di domenica come un referendum sul posizionamento geopolitico dell’Ungheria: continuare la deriva verso modelli autoritari o riagganciarsi saldamente al carro euro-atlantico. Va ricordato, in questo contesto, come il governo uscente abbia spesso fatto da sponda agli interessi del Cremlino, bloccando o rallentando i pacchetti di aiuti destinati a Kiev e mantenendo attivi rapporti commerciali con Mosca nonostante le sanzioni comunitarie.
Il fattore campo e la macchina organizzativa di Tisza
Contro questo sistema di forze che sembra studiato su misura per il gigante Fidesz, Magyar ha dovuto inventare una macchina da guerra elettorale alternativa, fondata sull’entusiasmo popolare e sul lavoro capillare dei volontari. In assenza di una rete clientelare consolidata e di un esercito di funzionari pubblici da mobilitare per la campagna, il leader di Tisza ha puntato tutto sulla creazione di migliaia di ‘isole Tisza’, comitati spontanei che hanno trasformato giardini, negozi e saloni di bellezza in avamposti dell’opposizione. A differenza dei grandi comizi trasmessi dalle televisioni allineate al governo, questo attivismo si manifesta porta a porta, dove professionisti come medici e commercianti – stanchi della stagnazione economica e della corruzione – mettono la faccia sfidando le ritorsioni del potere locale.
Non mancano, in questo senso, episodi di tensione e ritorsione sociale. Nelle piccole città un tempo considerate fortezze inespugnabili di Orban, molti attivisti raccontano di aver subito conseguenze dirette per il loro impegno politico: qualcuno ha visto il proprio indirizzo di casa pubblicato online dopo il furto di un database del partito, altri hanno perso clienti abituali che semplicemente hanno deciso di non frequentare più i loro esercizi commerciali. Un clima di scontro che testimonia quanto sia alta la posta in gioco, non solo per la formazione del prossimo governo, ma per la stessa tenuta del tessuto sociale ungherese.
L’incognita della presidenza e le procedure per il nuovo esecutivo
La partita, comunque, non si chiuderà con la pubblicazione degli exit poll. Una volta accertato l’esito delle urne, l’attenzione si sposterà immediatamente sulle procedure istituzionali che porteranno alla formazione del nuovo governo. Sarà il presidente della Repubblica, Tamas Sulyok, una figura storicamente vicina all’establishment di Fidesz, a convocare il Parlamento entro un mese dalla votazione, con ogni probabilità già nel corso del mese di maggio. Spetterà poi all’emiciclo eletto domenica eleggere il prossimo premier a maggioranza semplice, sulla base della proposta formale del capo dello Stato.
Ed è proprio qui che si nasconde un’ulteriore variabile: sebbene la prassi internazionale suggerisca che il presidente debba indicare il leader del partito vincente, la delicatezza di una situazione che potrebbe vedere un ristretto margine di scarto tra i due schieramenti apre scenari di trattativa complessi. Nei collegi uninominali, come ricordano i rapporti dell’Osce, la ridefinizione dei confini avvenuta a fine 2024 ha alterato l’equilibrio di oltre un terzo delle circoscrizioni, creando sacche di iper-rappresentazione per le aree rurali a scapito dei centri urbani. Con 106 seggi assegnati con un turno secco e maggioranza semplice, e 93 distribuiti in quota proporzionale, la notte del 12 aprile si prospetta come una lunga attesa, fatta di conteggi serrati e di un possibile stallo politico che solo l’abilità dei vertici dello Stato potrà sciogliere.




