Rutte: «Gli europei hanno recepito il messaggio di Trump»
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Redazione Esteri
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Da Erevan, dove si tiene il vertice della Comunità Politica Europea, arriva la conferma – seppur ovattata dalla consueta prudenza diplomatica – che il rapporto tra Washington e i Paesi del Vecchio Continente è entrato in una fase di ridefinizione profonda, segnata da una pressione che pochi, fino a qualche anno fa, avrebbero immaginato così esplicita. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scelto parole misurate ma inequivocabili per descrivere lo stato dell’arte: «Oggi si discuterà anche di questioni transatlantiche e sappiamo che c'è stata una delusione da parte degli Stati Uniti, ma direi anche che gli europei hanno recepito il messaggio». Un’ammissione, quella del numero uno dell’Alleanza Atlantica, che fa da spartiacque tra la retorica della solidarietà automatica e una nuova consapevolezza, forse tardiva ma ormai irreversibile, secondo cui i termini della partnership vanno rinegoziati sulle basi di aspettative disattese e interessi divergenti.
Il monito di Rutte e l’attuazione degli accordi bilaterali
Nel corso della sua dichiarazione – rilasciata a margine dei lavori che vedono riuniti una trentina di leader europei e non solo – Rutte ha voluto sottolineare un aspetto concreto, lontano dalle dichiarazioni di principio: «Gli alleati ora si stanno assicurando che tutti gli accordi bilaterali sulle basi vengano attuati». Una frase apparentemente tecnica, che in realtà racchiude un intero programma: l’Europa, recepito il “messaggio” proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico, avrebbe deciso di passare dalle parole ai fatti, occupandosi di quegli aspetti logistici e militari spesso rimasti in ombra nelle fasi di distensione. L’incidente ironico (ma non troppo) è che a pronunciare queste parole sia proprio l’olandese Rutte, tradizionalmente considerato un ponte tra le due sponde, e che ora si trova a gestire un’Alleanza dove il principale garante è anche la principale fonte di incertezza.
Kallas: «Truppe americane in Europa proteggono anche gli interessi degli Usa»
Sulla stessa lunghezza d’onda si muove Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione europea, che nel suo intervento al vertice ha provato a ribaltare (o quantomeno a ristabilire) una prospettiva spesso dimenticata. «Si è parlato a lungo del ritiro delle truppe statunitensi dall’Europa – ha spiegato – ma ovviamente il tempismo di questo annuncio arriva come una sorpresa. Credo che ciò dimostri che dobbiamo davvero rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato e che dobbiamo fare di più». E quindi la frase che suona come un avvertimento a Washington: «Voglio dire, le truppe americane non sono in Europa solo per proteggere gli interessi europei, ma anche quelli americani». Una sottolineatura non banale, che ricorda come la proiezione militare Usa nel Vecchio Continente abbia sempre servito – dalla guerra fredda in poi – una duplice funzione di contenimento e di proiezione di potenza. Ed è proprio questa la corda che Kallas prova a suonare, forse nella speranza che il messaggio arrivi a destinazione.
Relazioni sotto pressione e la lezione dell’imprevedibilità
In un’intervista esclusiva concessa all’ANSA sempre a Erevan, l’alto rappresentante Ue ha voluto spingersi un passo oltre, abbandonando la prudenza che spesso accompagna i vertici multilaterali. «Gli Stati Uniti restano il nostro alleato più importante – ha detto Kallas – ma le nostre relazioni sono, senza dubbio, sotto pressione. Abbiamo imparato che da questa amministrazione dobbiamo aspettarci una certa imprevedibilità». È questa la parola-chiave, “imprevedibilità”, che gli europei avrebbero ormai metabolizzato: un anno e più dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il continente avrebbe smesso di stupirsi degli strappi e delle scelte unilaterali, per concentrarsi invece su ciò che può controllare. «Per noi, in Europa – ha concluso Kallas – i patti vanno rispettati e dobbiamo anche costruire la nostra difesa su partner di cui possiamo fidarci». Un’affermazione che, letta tra le righe, suggerisce un cambio di paradigma: la fiducia non è più dovuta, ma va guadagnata, e l’Europa si appresta a cercarla altrove, senza per questo rompere con l’alleato d’oltreoceano. Un equilibrio sottile, quello che emerge dai discorsi di Erevan, dove la delusione convive con la necessità e la sorpresa lascia il posto a una nuova, fredda consapevolezza.




