Crisi Hormuz, rincari in vista per i farmaci: materie prime bloccate e costi di trasporto alle stelle
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Redazione Interno
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La tensione che da settimane paralizza lo Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per le rotte commerciali globali, sta iniziando a mostrare i suoi effetti più insidiosi anche sul fronte sanitario. Se l’attenzione generale si è finora concentrata sul caro-carburanti e sulle ripercussioni per l’agroalimentare, con i prezzi di finocchi e cavolfiori che hanno registrato rincari a tre cifre, è nel silenzio delle distillerie farmaceutiche che si cela la prossima, possibile emergenza. Parliamo di farmaci comuni, quelli che si trovano in ogni armadietto di casa, la cui produzione – ed è questo il punto dolente – dipende in larga misura da precursori chimici e ingredienti attivi che viaggiano proprio su quelle petroliere ferme nel Golfo Persico.
Secondo le prime ricostruzioni fornite dagli operatori del settore, il pericolo non è rappresentato tanto da un’immediata interruzione delle forniture, quanto da un progressivo aumento dei costi che rischia di rendere insostenibile la produzione. I principi attivi, nella stragrande maggioranza dei casi importati da Cina e India, subiscono inevitabilmente il rincaro dei noli marittimi e delle assicurazioni; a ciò si aggiunge il costo dell’energia necessaria per far funzionare gli impianti. Farmindustria, l’associazione che rappresenta le aziende del comparto, ha quantificato l’incremento dei costi sugli ingredienti attivi in una forbice che va dal 20 al 60 per cento, mentre imballaggi in alluminio e plastica segnano aumenti oscillanti tra il 20 e il 35 per cento. Una tempesta perfetta che, se protratta, metterà in ginocchio i margini di guadagno delle aziende, costringendole a ridurre l’offerta.
Antibiotici e antinfiammatori nel mirino, la preoccupazione dei consumatori cresce
Se si prova a guardare oltre l’orizzonte immediato, quello che emerge è lo scenario di una possibile, selettiva, rarefazione dei medicinali sugli scaffali. Non si tratta di una carenza generalizzata – almeno per ora – ma di criticità specifiche che colpiranno soprattutto quei prodotti ad alto consumo e basso margine, la cui filiera è storicamente più esposta agli shock esterni. Antibiotici, antinfiammatori e alcuni principi attivi usati per le terapie del diabete rappresentano la linea del fronte più vulnerabile. È una corsa contro il tempo, quella che vede impegnate le aziende, le quali stanno attualmente vivendo di scorte accumulate nei mesi scorsi; riserve che, a seconda della politica industriale di ciascuna, potrebbero esaurirsi nel giro di qualche settimana o, al massimo, di pochi mesi. E se l’estate è stata indicata come la "dead-line" entro cui risolvere la crisi, è perché l’incertezza logistica rischia di complicare la produzione proprio nella stagione in cui, paradossalmente, la domanda di farmaci è più bassa.
La replica di Federfarma: nessuna emergenza immediata, ma i prezzi sono un’altra storia
In questo quadro di incertezza, l’intervento di Federfarma Roma, che rappresenta i farmacisti di fiducia dei cittadini, ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche. Da un lato, si esclude al momento una carenza "generalizzata" sul territorio: il Servizio sanitario nazionale, grazie ai meccanismi di distribuzione consolidati, continua a garantire l’accesso alle terapie essenziali. Dall’altro, però, non si può nascondere l’evidenza: le criticità esistono e sono legate a doppio filo a fattori produttivi e logistici che prescindono dalla volontà dei singoli. Le farmacie, da sempre abituate a gestire l’emergenza, si dicono pronte a proporre alternative terapeutiche laddove il farmaco prescritto dovesse diventare introvabile o troppo caro, ma è la crescente ansia dei consumatori, unita alla pressione sui costi, a rappresentare la vera variabile impazzita del momento.
Un sistema sanitario sotto pressione tra caro energia e dipendenze estere
La crisi di Hormuz ha il merito, se così si può dire, di riaccendere i riflettori su una vulnerabilità storica del sistema farmaceutico europeo e, in particolare, di quello italiano. La dipendenza quasi totale dalle forniture asiatiche per la produzione dei principi attivi – una scelta industriale dettata anni fa dal minor costo della manodopera – si sta rivelando oggi un boomerang. Senza una scorta strategica adeguata e con i prezzi dell’energia che non accennano a tornare ai livelli precedenti al conflitto, il settore si trova a dover fronteggiare il "terzo shock in quattro anni", dopo la pandemia e la crisi ucraina. Non è solo una questione di rincari, ma di sostenibilità industriale: se produrre un farmaco generico in Italia costa più del suo prezzo di vendita imposto dalle gare regionali, l’azienda è costretta a fermare le linee. Un circolo vizioso che, in assenza di interventi strutturali, rischia di trasformare l’attuale emergenza geopolitica in una stabile, e costosa, anomalia del nostro diritto alla salute.




