La procura di Lodi apre un fascicolo per il crollo della passerella ciclopedonale sull'Adda, nuovo cedimento verso Crotta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un nuovo boato, avvertito all’alba, ha scosso gli argini dell’Adda e con essi la certezza di un’infrastruttura che avrebbe dovuto unire due sponde e promuovere la mobilità dolce, ma che invece continua a sbriciolarsi, letteralmente, nell’indifferenza di una natura che riprende ciò che l’uomo aveva cercato di piegare. Un’altra porzione della passerella ciclopedonale, quella agganciata al ponte che collega Maccastorna, nel Lodigiano, a Crotta d’Adda, in provincia di Cremona, ha ceduto stanotte: parliamo del secondo cedimento in meno di una settimana, un evento che ha spinto la procura di Lodi ad aprire un fascicolo d’inchiesta, al momento senza ipotesi di reato né indagati, per fare luce su quanto accaduto. Se il primo crollo, quello di mercoledì scorso, aveva gettato lo sconcerto tra i residenti e gli appassionati di cicloturismo, questo nuovo episodio trasforma lo stupore in una preoccupazione ben più concreta e radicata, perché dimostra come la staticità dell’intera opera fosse, forse, solo un’illusione.

Un progetto da quattro milioni di euro e la revisione necessaria

Il sindaco di Crotta d’Adda, Sebastiano Baroni, svegliato nel cuore della notte dai tecnici e dai carabinieri, ha dovuto constatare l’ennesima voragine che si apre nel paesaggio fluviale, un danno che definisce “enorme” e che, a suo avviso, impone ora una radicale e complessiva revisione dell’intero progetto finanziato da Regione Lombardia. Quattro milioni di euro erano stati stanziati nell’ambito del piano della ciclovia VenTo, l’ambizioso itinerario che dovrebbe collegare Venezia a Torino seguendo il corso del Po, e di cui questo tratto, in attesa di collaudo, rappresentava una tessera fondamentale, un’infrastruttura strategica per la quale si erano spesi fiumi di parole sulla sostenibilità e il turismo lento. Ma ora, con il cedimento della parte più vicina a Crotta, dopo quello che aveva già interessato il versante lodigiano, quelle parole sembrano polvere, e l’intera opera, come sospesa tra cielo e acqua, appare drammaticamente vulnerabile. I tecnici di AIPO, l’Agenzia Interregionale per il fiume Po, sono tornati sul posto per effettuare ulteriori verifiche e accertamenti, coordinando i soccorsi e mettendo in sicurezza l’area, mentre i vigili del fuoco sorvolano la zona con droni e elicotteri per monitorare l’entità del dissesto. La struttura, agganciata alla strada provinciale, era ancora in fase di realizzazione e non era stata aperta al pubblico, un dettaglio che, se da un lato ha evitato possibili tragedie, dall’altro non attenua la gravità di un fallimento progettuale o esecutivo su cui la magistratura è chiamata a far luce.

Il silenzio del fiume e l’inchiesta della magistratura

Il fiume Adda, in questi giorni, è tornato a scorrere tra i detriti, e la navigazione, già interrotta dopo il primo cedimento, rimane sospesa fino alla confluenza con il Po per ragioni di sicurezza: un provvedimento cautelativo che testimonia la complessità delle operazioni di recupero dei rottami metallici finiti in acqua e la necessità di evitare ulteriori rischi. E mentre il sindaco Baroni, interpretando lo sconcerto di un intero territorio, auspica che si riveda completamente l’impostazione dell’opera, la procura di Lodi procede speditamente con gli accertamenti, cercando di stabilire cosa abbia ceduto e, soprattutto, perché sia ceduto. Le cause del collasso potrebbero essere molteplici e intrecciate tra loro: si parla di possibili problemi strutturali, di errori di calcolo, di sollecitazioni anomale legate alla corrente del fiume o a eventi atmosferici, ma al momento ogni ipotesi resta sul tavolo degli inquirenti. Quello che appare sempre più evidente, però, è che non si è trattato di un episodio isolato, ma di una sequenza di cedimenti che racconta di un’opera fragile, incapace di resistere alle forze della natura o, peggio, ai vizi di una progettazione frettolosa.

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