L’effetto domino della crisi nel Golfo: materie prime bloccate, la filiera europea della plastica trema
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Redazione Economia
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L’escalation delle tensioni in Medio Oriente, concentrata in quelle acque dello Stretto di Hormuz che rappresentano un crocevia insostituibile per il commercio globale dell’energia, ha smosso le fondamenta del sistema industriale europeo. L’aumento vertiginoso e improvviso dei prezzi del petrolio e del gas si è combinato con una volatilità senza precedenti nei mercati delle materie prime, generando una crisi sistemica che oggi minaccia l’intera catena di approvvigionamento dei polimeri e delle materie plastiche nel Vecchio Continente. A lanciare l’allarme è l’European Plastics Converters, l’associazione che rappresenta i trasformatori di plastica, i quali si trovano oggi a dover fare i conti con una realtà economica destabilizzante: l’aumento dei costi delle materie prime, la difficoltà crescente nel reperire gli stock e una logistica marittima in tilt potrebbero costringere molte aziende a fermare o ridurre le produzioni, fino ad arrivare, nei casi più estremi, a una chiusura definitiva della propria attività.
Le conseguenze di questo nuovo shock geopolitico non si limitano però alla sola volatilità dei listini. Il blocco virtuale del transito nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una percentuale schiacciante delle esportazioni di polietilene e polipropilene dal Medio Oriente, ha messo in ginocchio un’industria che fa affidamento su quei flussi per soddisfare oltre la metà del proprio fabbisogno di importazione. L’incidente al porto di Jebel Ali, uno degli scali strategici per l’export di polimeri dei paesi del Golfo, ha ulteriormente aggravato il quadro logistico, costringendo le navi a dirottare verso rotte più lunghe e costose, con un conseguente aumento dei tempi di consegna e l’applicazione di sovrattasse emergenziali che hanno fatto lievitare i costi di trasporto. In questo scenario di incertezza, la domanda che emerge dal mondo produttivo è stringente: le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura del tessuto manifatturiero italiano ed europeo, non possono farsi carico del conto di una guerra che non hanno voluto.
L’appello al governo e la morsa dei rincari sulle imprese
A portare la voce di queste aziende direttamente all’attenzione del governo è stato Stefano Camarotto, presidente del mandamento trevigiano della Cna, che ha scritto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per chiedere interventi immediati a sostegno delle imprese colpite dalla nuova impennata dei costi energetici e delle materie prime [citation:user]. La missiva, che non usa giri di parole, contiene due proposte specifiche: la prima è l’istituzione di un Fondo europeo di compensazione, un meccanismo pensato per risarcire le imprese dei danni subiti a causa di conflitti decisi da Paesi terzi; la seconda riguarda la limitazione del veto all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sull’accertamento delle responsabilità, un ostacolo che rischia di bloccare qualsiasi sistema risarcitorio [citation:user]. Le preoccupazioni degli imprenditori sono condivise anche da Claudia Scarzanella, presidente di Confartigianato Imprese Belluno, che pur accogliendo positivamente le misure tampone come il credito d’imposta per l’autotrasporto, sottolinea come i costi energetici, già strutturalmente più alti della media europea, rappresentino il vero tallone d’Achille per la competitività nazionale [citation:user].
L’allarme, però, non è solo per il futuro prossimo, ma ha già assunto i contorni dell’emergenza immediata. Un esempio concreto arriva da una realtà produttiva d’eccellenza come la Pezzutti di Pordenone, azienda da 300 dipendenti e 100 milioni di fatturato operante nello stampaggio di prodotti in plastica. Il responsabile dell’ufficio acquisti, Giulio Bit, spiega che la situazione di criticità può manifestarsi da un momento all’altro: le scorte, gestite con la consueta oculatezza, permettono di tamponare la situazione solo nel breve o al massimo medio periodo. Se l’attuale scenario di conflitto dovesse prolungarsi oltre i due mesi, l’azienda non potrà che subire le conseguenze, così come le subiranno i consumatori finali, costretti a vedere aumentare giorno dopo giorno il prezzo finale dei prodotti [citation:user]. È una corsa contro il tempo, dove la resilienza delle imprese si scontra con la durezza dei numeri.
La crisi globale delle materie prime e il rischio speculazione
A rendere la situazione ancora più insidiosa è la natura sistemica della crisi. La guerra in Iran non ha causato solo un aumento dei carburanti, ma ha innescato un effetto domino lungo tutta la filiera petrolchimica. Secondo quanto riportato da fonti di settore, i fornitori hanno iniziato a comunicare aumenti dei prezzi per i polimeri che oscillano tra i 60 e i 200 euro a tonnellata, spinti dall’incremento dei costi delle materie prime e dal concreto rischio di una contrazione dell’offerta. La presidente di Confartigianato Scarzanella ha messo in guardia anche sul rischio speculativo, un fenomeno che nelle crisi energetiche passate ha spesso aggravato la situazione, trasformando una criticità oggettiva in un’occasione di profitto a scapito della filiera produttiva [citation:user]. In questo contesto, l’export, già frenato dalle tensioni internazionali, rischia di subire un ulteriore rallentamento a causa della perdita di competitività delle imprese europee.
Il quadro delineato dagli analisti internazionali conferma la gravità del momento. Morgan Stanley ha recentemente registrato che la percentuale di capacità produttiva globale dichiarata in stato di “forza maggiore” per prodotti come etilene e propilene è in rapida crescita, con picchi impressionanti in alcune regioni come l’Europa centrale, dove oltre il 60% della capacità è stata compromessa. Il Medio Oriente, che detiene circa il 35% della capacità produttiva mondiale di polietilene, ha visto le sue esportazioni bloccate, creando un buco nell’offerta globale di quasi 300 milioni di tonnellate al mese. Per l’Europa, che importa il 40% del suo polietilene e ben il 55% del suo polipropilene proprio da quell’area, la vulnerabilità è massima. I trasformatori, già alle prese con margini ridotti e un impegno finanziario crescente per la transizione ecologica, si trovano ora a dover assorbire costi insostenibili. Se questa pressione non verrà scaricata lungo la filiera, il rischio concreto è che molte aziende, specialmente quelle di minori dimensioni, siano costrette a uscire dal mercato, indebolendo un settore considerato strategico per l’economia europea.




