La guerra nello Stretto di Hormuz mette in crisi l’ecosistema dei microchip
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Redazione Economia
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Il panorama energetico e tecnologico globale è stato scosso, nelle ultime settimane, da un evento destinato a lasciare un segno profondo sugli ingranaggi invisibili che muovono la nostra vita digitale. Non si tratta, questa volta, solo del consueto rincaro del petrolio – effetto collaterale ormai scontato di ogni crisi mediorientale – ma di un cortocircuito molto più sofisticato, che parte dal cuore pulsante della produzione mondiale di gas naturale liquefatto in Qatar per arrivare dritto al cuore dei semiconduttori più avanzati. Il blocco dello Stretto di Hormuz, orchestrato dall’Iran in risposta alle azioni militari di Israele e Stati Uniti, ha di fatto trasformato il Golfo Persico in una trappola logistica, intrappolando non solo le petroliere ma anche i vettori di elio, un gas nobile apparentemente di nicchia ma in realtà fondamentale per la diagnostica medica e, soprattutto, per la produzione dei chip.
A far scattare l’allarme rosso è stata la serie di attacchi coordinati contro la Ras Laffan Industrial City, in Qatar, il più grande polo al mondo per la liquefazione del metano e la produzione di elio. Con gli impianti Helium 1, 2 e 3 messi fuori uso da droni e missili a lungo raggio – un danno che gli analisti stimano richiederà mesi per essere riparato – si è interrotto improvvisamente circa il 30-35% della fornitura globale di questo gas. L’elio, spiegano gli esperti, non serve solo a gonfiare palloncini: nella sua forma liquida, a temperature prossime allo zero assoluto, è il refrigerante supremo utilizzato nei processi di litografia e incisione al plasma dei wafer di silicio. Senza di esso, le macchine per la produzione dei chip più piccoli e performanti – quelli destinati ai data center dell’intelligenza artificiale e agli smartphone di ultima generazione – semplicemente si fermano.
L’effetto domino su Taiwan e la “scarsità di zolfo”
Le ripercussioni di questa crisi energetica e delle materie prime stanno già ridisegnando i margini di rischio per l’industria tecnologica asiatica. Taiwan, che produce oltre il 90% dei microchip più avanzati al mondo, rappresenta l’anello più debole di questa catena. Secondo un recente rapporto di Morgan Stanley, l’isola vive costantemente con un margine operativo estremamente sottile: le scorte di gas naturale liquefatto (GNL) a terra bastano per appena undici giorni, un lasso di tempo che inizia a suonare come un conto alla rovescia per la stabilità della rete elettrica, della quale la sola Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) assorbe da sola circa il 10%. Qualsiasi interruzione prolungata delle forniture energetiche provenienti dal Golfo si tradurrebbe, in prima istanza, in un aumento aggressivo dei costi operativi, ma in uno scenario peggiore potrebbe mettere in ginocchio l’intera filiera produttiva.
Ma non è finita qui. Il blocco colpisce anche un altro anello debole della catena, meno visibile ma altrettanto critico: la raffinazione del petrolio greggio. Il problema non riguarda solo la benzina, ma i suoi derivati, in particolare lo zolfo. Bloccato nei giacimenti a causa dell’interruzione delle attività di raffinazione nel Golfo, lo zolfo è essenziale per la produzione di acido solforico, un composto utilizzato per estrarre metalli come rame e cobalto, fondamentali sia per i componenti dei chip che per l’elettrificazione in generale. Gli analisti avvertono che una “carenza di zolfo” potrebbe generare un effetto domino di secondo ordine, creando nuovi colli di bottiglia per i progetti infrastrutturali legati all’intelligenza artificiale e per l’industria automobilistica, già provata dalle incertezze sulla domanda.
La riorganizzazione delle filiere e il nuovo ruolo della Russia
Mentre i produttori di chip cercano di tamponare l’emergenza attingendo alle scorte e riciclando l’elio esistente – una pratica che rallenta ma non arresta il rischio di un aumento vertiginoso dei prezzi al consumo –, lo scenario geopolitico offre il fianco a nuovi equilibri. La crisi rappresenta un’occasione d’oro per attori che fino a ieri erano marginali nel mercato di questi gas tecnologici. La Russia, attraverso il colosso Gazprom, ha sviluppato negli ultimi anni un imponente impianto di produzione di elio sul fiume Amur, nell’estremo oriente siberiano al confine con la Cina. Attualmente in grado di coprire circa il 13% del mercato globale, Mosca conta sulla collaborazione strategica di Pechino per incrementare rapidamente la produzione e sopperire al vuoto lasciato dal Qatar. A differenza del gas qatariota, costretto a transitare per gli stretti in zona di guerra, l’elio russo viaggia su strada verso la Cina, un corridoio logistico sicuro che gli garantisce un vantaggio competitivo immediato.
Dalla medicina ai prezzi dei beni di consumo
Le conseguenze di questa interruzione si propagano ben oltre i confini delle fabbriche di semiconduttori. Il settore sanitario, ad esempio, ha iniziato a monitorare con preoccupazione le scorte di elio necessario per il funzionamento delle macchine per la risonanza magnetica, un collo di bottiglia che rischia di allungare le liste d’attesa per le diagnosi. Più in generale, l’aumento dei costi lungo l’intera catena di fornitura dei semiconduttori si traduce in una pressione inflazionistica che, alla fine del ciclo, ricadrà sui prezzi di smartphone, computer, elettrodomestici e automobili. In un contesto in cui la domanda di chip per l’intelligenza artificiale corre ben più veloce della capacità produttiva, le aziende potrebbero essere costrette a privilegiare la produzione dei componenti più remunerativi, lasciando indietro l’elettronica di consumo, con il rischio di riportare in auge quei colli di bottiglia che, all’indomani della pandemia, avevano fatto schizzare l’inflazione.




