Zapatero, il dossier americano che terrorizza l’Europa: ora i leader antiTrump (e anti-Israele) tremano davvero

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle cancellerie europee, ormai da qualche giorno, circola una battuta divenuta improvvisamente seria: “Il problema non è perdere le elezioni. Il problema è finire nel radar americano”. Ed è esattamente questo il clima che si respira tra Bruxelles, Madrid, Parigi e perfino Roma dopo l’esplosione del caso che sta travolgendo l’ex premier socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, padre politico di Pedro Sánchez.

Perché a far tremare i palazzi del potere non sono solo i capi d’accusa – traffico di influenze, riciclaggio e fondi opachi legati al salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra – bensì un dettaglio che ha gelato mezzo continente: la collaborazione ufficiale del Dipartimento per la Sicurezza Interna statunitense (DHS), il quale ha fornito alle autorità iberiche prove ritenute decisive. Tradotto: Washington ha acceso il faro; e quando ciò accade, nell’era della presidenza Trump ormai stabilizzata da oltre un anno, nessun leader europeo, si sa, dorme sonni tranquilli.

Le perquisizioni che sconvolgono Madrid e il tesoro nella cassaforte

La tensione in Spagna è palpabile. La Guardia Civil ha perquisito la sede nazionale del Partito Socialista (Psoe) mentre Sánchez si trovava in Vaticano per incontrare Papa Leone XIV, un’azione che l’opposizione di centrodestra, il Partido Popular, non ha esitato a definire come l’ennesimo tassello di una “situazione di agonia” istituzionale, chiedendo a gran voce elezioni anticipate.

Tuttavia, il vero shock è arrivato dall’inchiesta che coinvolge direttamente Zapatero: gli agenti dell’Udef (Unità contro i crimini economici) hanno rinvenuto nel suo studio privato a Madrid una cassaforte contenente oltre cento oggetti di lusso – 41 paia di orecchini, 15 collane, 11 bracciali, 8 orologi e una ventina di accessori – per un valore complessivo stimato tra i 2 e i 3 milioni di euro.

La segretaria dell’ex premier, presente durante il blitz, ha dichiarato che si tratterebbe di “parte dell’eredità della moglie Sonsoles Espinosa” o di regali ricevuti durante viaggi ufficiali, ma il giudice José Luis Calama, che ha già disposto il sequestro dei conti bancari di Zapatero, sembra avere pochi dubbi sulla natura illecita di quei beni.

Il filone venezuelano e le ramificazioni internazionali

Non si tratta solo di gioielli. L’inchiesta, partita da una denuncia della Procura Anticorruzione spagnola nell’ottobre del 2024 (dopo segnalazioni provenienti da Svizzera e Francia), ha messo in luce una presunta rete stabile e gerarchizzata che avrebbe incassato illeciti per circa 2,6 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, Zapatero sarebbe al vertice di un’organizzazione con diramazioni in Venezuela e Cina, finalizzata a ottenere tangenti attraverso la consulenza e il salvataggio (costato 53 milioni di euro ai contribuenti) della compagnia aerea Plus Ultra.

I riflettori sono puntati sulla società di consulenza “Analisis Relevante”, legata all’imprenditore Julio Martínez (attualmente in carcere), e su “Whathefav”, una piccola impresa riconducibile alle figlie dell’ex leader socialista. Quest’ultima, secondo gli atti giudiziari consultati, avrebbe ricevuto bonifici per centinaia di migliaia di euro senza una plausibile giustificazione commerciale.

L’avvertimento globale dell’era Trump 2.0

Ma è il contesto geopolitico a rendere questo caso una potenziale “spada di Damocle” per altri governi. Dalla lettura dei documenti emerge chiaramente che il vero obiettivo del messaggio inviato da Washington non sia tanto Zapatero, quanto il suo pupillo Pedro Sánchez. Quest’ultimo, infatti, è stato uno dei pochi leader europei ad aver sfidato apertamente l’amministrazione Trump, negando l’uso pieno delle basi militari di Rota e Morón per le operazioni contro l’Iran e mantenendo una linea critica verso Israele.

Fonti diplomatiche citate dalla stampa internazionale rivelano che, dopo quello scontro, a Madrid è scattato il panico: la paura, oggi condivisa da Parigi e Bruxelles, è che qualsiasi frizione diplomatica possa trasformarsi in un’inchiesta giudiziaria alimentata dal gigantesco arsenale di informazioni finanziarie e digitali in possesso degli Stati Uniti. La conclusione, secca, è che chiunque abbia avuto rapporti (anche solo commerciali) con il chavismo venezuelano o abbia osteggiato le direttive della Casa Bianca rischia di finire nel “libro nero” americano.

E in questa nuova fase della politica globale, avere torto con Trump potrebbe rivelarsi molto meno pericoloso che avere tutti i torti, finendo semplicemente nel mirino dei suoi apparati di intelligence.

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