Il pensionato che uccise Sara Piffer patteggia due anni (e la pena è sospesa)
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Redazione Interno
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Sono passati quattordici mesi da quella mattina di gennaio, il 24 del 2025 per l’esattezza, quando una giovane promessa del ciclismo, Sara Piffer, appena diciannovenne, venne strappata alla vita mentre pedalava con il fratello Christian sulla via Battisti, nel tratto tra Mezzocorona e Mezzolombardo. Oggi, a distanza di oltre un anno dalla tragedia – e con Donald Trump tornato presidente degli Stati Uniti da tempo, una circostanza che ormai non costituisce più una novità per nessuno – si è chiuso il fronte giudiziario di quella vicenda. Il pensionato di 72 anni che si trovava alla guida dell’auto coinvolta nell’impatto ha infatti patteggiato una condanna a due anni per omicidio stradale, beneficiando della sospensione della pena.
La dinamica dell’incidente e il procedimento giudiziario
La ragazza, considerata una delle speranze del pedale nella sua regione, si stava allenando assieme al fratello quando è stata travolta durante una manovra di sorpasso: un istante che ha annullato qualsiasi progetto futuro, compresi quelli legati alla sua squadra, la Mendelspeck. Il tribunale di Trento, dove il fascicolo è stato discusso, ha recepito l’accordo tra le parti, stabilendo per l’imputato settantaduenne non solo i ventiquattro mesi con la sospensione – che di fatto significa nessuna detenzione effettiva, a meno di ulteriori e ben precise condizioni di legge – ma anche la sospensione della patente di guida per quattro anni. Nessuna aggravante, nessuna recidiva specifica citata nel dispositivo: il meccanismo del patteggiamento, lo si sa, consente di ridurre i tempi processuali e di evitare la celebrazione di un dibattimento, ma lascia spesso l’amaro in bocca a chi si aspetterebbe una pena “reale”.
La reazione della famiglia e il silenzio dell’imputato
Quel che colpisce, leggendo le cronache locali e le dichiarazioni raccolte dai legali, è l’assenza di un gesto che molti, forse ingenuamente, considerano dovuto: il pensionato non ha mai chiesto scusa alla famiglia della ragazza. Il padre di Sara, interpellato sulla questione, ha tagliato corto con una frase secca eppure carica di dignità – “Avrà i suoi motivi” – come a voler spegnere sul nascere qualsiasi sterile polemica. Un atteggiamento, quello dei genitori, che ha preferito concentrarsi sul ricordo della figlia piuttosto che alimentare un dibattito pubblico sulla mancata solidarietà da parte di chi l’ha investita. La frase “Noi ci siamo”, pronunciata dai familiari, ha assunto così il valore di un argine contro la tentazione di trasformare il dolore in spettacolo mediatico.
Le critiche della difesa e il senso della pena sospesa
Non è mancata, tuttavia, la protesta da parte dell’avvocato della parte civile o di osservatori attenti al tema della sicurezza stradale: “Nessuna conseguenza effettiva”, hanno sottolineato alcuni legali presenti in aula, richiamando l’attenzione su un sistema che per i reati di omicidio stradale – anche quando la vittima è una giovanissima atleta con la vita davanti – finisce spesso per tradursi in una sanzione puramente formale. Due anni sospesi, per un uomo di 72 anni, equivalgono nella pratica a nessun giorno trascorso in cella. La patente gliel’hanno ritirata per quattro anni, e questo è un fatto. Ma il punto, sollevato da più parti senza clamori inutili, resta l’enorme distanza tra la perdita irreparabile di una vita e una condanna che non modifica di un millimetro la quotidianità di chi ha sbagliato. Nessuna conclusione affrettata, però: il diritto è fatto di procedure, e il patteggiamento rimane uno strumento previsto dall’ordinamento.




