Patteggia due anni con pena sospesa il pensionato che investì e uccise Sara Piffer
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Redazione Interno
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Sono trascorsi quattordici mesi da quella mattina di fine gennaio, quando una delle promesse più limpide del ciclismo italiano, la diciannovenne Sara Piffer, veniva strappata alla vita su una strada che collega Mezzocorona a Mezzolombardo, in Trentino. Il 24 gennaio 2025, mentre la giovane si allenava in bicicletta affiancata dal fratello Christian, un’auto condotta da un uomo di 72 anni l’ha travolta senza possibilità di scampo. Da quel giorno, il procedimento giudiziario si è snodato tra l’accertamento della dinamica – una tragedia consumatasi in pochi secondi su un rettilineo di campagna – e la ricerca di una soluzione processuale che non restituisse soltanto una condanna astratta, ma un senso alla perdita.
L’accordo dinanzi al giudice: due anni di reclusione e la sospensione della pena
Il tribunale di Trento ha chiuso la vicenda con un patteggiamento: il pensionato alla guida della vettura ha concordato una pena di due anni per omicidio stradale, beneficiando contestualmente della sospensione condizionale della pena. Una decisione, quest’ultima, che di fatto gli consente di non varcare la soglia del carcere, a meno di future violazioni di legge. L’istituto del patteggiamento, come noto a chi segue le cronache giudiziarie, evita il dibattimento pubblico e accorcia i tempi processuali, ma solleva da sempre interrogativi sulla proporzione tra il dolore inflitto e la sanzione effettivamente scontata. La famiglia di Sara, nel silenzio dell’aula, ha assistito a un epilogo che chiude formalmente un capitolo penale, senza però restituire alcunché a chi non c’è più.
Il risarcimento e le parole della madre: “Quei soldi per i sogni di Sara”
Parallelamente alla definizione penale, si è aperta la partita civile del risarcimento danni. La madre della giovane ciclista ha dichiarato – con una lucidità che lascia trasparire solo il peso di una perdita incommensurabile – che le somme eventualmente riconosciute verranno destinate ai sogni che Sara non ha potuto realizzare. Una frase, questa, che sposta l’attenzione dalla mera liquidazione pecuniaria a un gesto quasi simbolico: trasformare il denaro in un tributo alla carriera interrotta della ragazza, tesserata per la Mendelspeck e considerata una delle prospettive più serie del movimento ciclistico trentino. Nessuna cifra ufficiale è stata resa nota al termine dell’udienza, ma gli osservatori ricordano come in casi analoghi l’entità del risarcimento venga spesso concordata tra le parti in separata sede civile.
La protesta dell’avvocato di parte civile: “Nessuna conseguenza effettiva”
A lasciare l’amaro in bocca è stato il commento del legale che ha assistito la famiglia Piffer. L’avvocato ha parlato di un esito che, nei fatti, produce “nessuna conseguenza effettiva” per l’imputato settantaduenne. Una critica, quella del difensore di parte civile, che tocca il nervo scoperto del nostro sistema sanzionatorio per i reati stradali: la sospensione della pena, quando concessa, azzera di fatto la dimensione afflittiva della condanna. Per la madre di Sara, per il fratello che pedalava accanto a lei in quel gennaio maledetto, la giustizia penale si è tradotta in un numero – due anni – e in una clausola che annulla quel numero. Nessuna ulteriore istanza d’appello è stata annunciata, chiudendo così il capitolo giudiziario su una delle pagine più buie dello sport trentino degli ultimi anni.




