L’arcivescovo Massara e il richiamo alla Pasqua: “Pace e coraggio” in un tempo di ferite

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Pasqua, si sa, porta con sé un carico di simboli che solo chi ha il coraggio di guardare oltre le macerie quotidiane può davvero decifrare. L’arcivescovo di Camerino San Severino, monsignor Massara, ha scelto di non eludere la durezza del presente, anzi: ha parlato di “tre segni decisivi” – il sepolcro vuoto, la pace e il coraggio – come di altrettante bussole per orientarsi in un “tempo segnato da ferite profonde”. Un invito, il suo, a non restare prigionieri delle abitudini, quasi fossero queste l’unico riparo possibile, e a tradurre quelle parole, che suonano spesso astratte, in scelte quotidiane. Il passaggio più concreto del suo messaggio riguarda la pace: non un’idea vaga, ma una postura scomoda, controcorrente. E proprio su questo fronte si innesta la riflessione di monsignor Erio Castellucci, che definisce la pace “la corrente della resurrezione”. Una definizione, quest’ultima, che rovescia la logica comune: non è la pace a seguire il flusso degli eventi, ma a generare un flusso nuovo.

Dai piccoli droni ai grandi conflitti, una domanda sulla Pasqua

C’è un passaggio, nel testo che accompagna gli auguri pasquali, che colpisce per la sua concretezza quasi straniante. Si parte da un “simpatico insetto meccanico” – pochi decimetri di larghezza, pochi chilogrammi di peso – e si arriva, con un salto che pare non avere mediazioni, all'“inquietante macchina da guerra” di venti-trenta metri e dieci-venti tonnellate. Se i primi volavano a qualche decina di metri da terra, questi ultimi raggiungono i cinquemila o seimila metri di altitudine. E allora, a chi si chiedesse legittimamente quale sia il nesso tra la resurrezione e questi oggetti volanti, l’invito è a un attimo di pazienza. Perché il paragone, per quanto brutale, serve a misurare il divario tra una tecnica ingenua – quella dei giocattoli di pochi anni fa – e una tecnica spietata, capace di trasformare il cielo in un campo di battaglia. La domanda sottintesa è: dove si colloca il messaggio di Pasqua in mezzo a tutto questo?

Il vescovo Bernardino: “Pace a voi” come esperienza concreta e quotidiana

A Grosseto, il vescovo Bernardino Giordano ha scelto un’altra via per dire la stessa urgenza. “Buona Pasqua”, ha detto, “è l’augurio che vogliamo scambiarci come un’unica grande famiglia”. Ma non si è fermato alla formula di cortesia. Ha voluto sostare su quelle prime parole che Gesù risorto rivolge ai discepoli – “Pace a voi” – e ha osservato come, in questo tempo, si senta il bisogno che quella parola diventi “di casa”. Non un auspicio, quindi, né un progetto rimandato a chissà quale domani, ma un’esperienza concreta, una condivisione che si rinnova ogni giorno. Il vescovo non ha usato toni trionfalistici, né ha evocato scenari edenici. Ha invece insistito su un’idea di pace radicata nella fatica delle relazioni, in quella quotidianità che la guerra – quella vera, quella dei droni e delle trincee – tende a polverizzare.

Il Risorto precede in Galilea, e la morte non uccide la persona

C’è infine l’angolo visuale proposto dall’arcivescovo Saverio Cannistrà, che sposta l’attenzione su un dettaglio teologico spesso trascurato: dove ci precede il Risorto? Non immediatamente in cielo, in un aldilà staccato dalla terra, ma in Galilea. Lì, dove tutto era cominciato. Il Risorto, scrive Cannistrà, ricomincia la vita dell’uomo di Galilea, però a un livello diverso, nella dimensione di chi è passato attraverso la morte. E aggiunge un’osservazione che ha il peso di una sentenza: la morte non ha ucciso la persona, l’ha piuttosto liberata da ogni vincolo, da ogni dipendenza, da ogni ostacolo. È un modo, questo, per dire che la resurrezione non è un ritorno indietro, ma un’emancipazione definitiva. Non c’è, in queste parole, alcuna fuga dal mondo: al contrario, c’è una ripartenza dentro il mondo, ma da una posizione di libertà assoluta. E forse è proprio questo il nucleo più difficile da accettare per chi pensa che la Pasqua sia solo una consolazione.

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