Case di comunità, firmato l’accordo nazionale: medici di base fino a 6 ore a settimana con compenso di 38,72 euro l’ora
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Redazione Interno
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Dopo settimane di trattative serrate e non prive di tensioni, è arrivata la fumata bianca sull’accordo che regolamenta la presenza dei medici di medicina generale all’interno delle Case di comunità. La firma dell’ipotesi di intesa, arrivata in serata, porta la firma della Sisac – la Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati che rappresenta le Regioni – e dei sindacati di categoria Fimmg e Fmt, mentre restano fuori dal patto, per ora, Smi e Snami.
L’intesa, che si attendeva ormai da giorni, rappresenta un tassello fondamentale per rendere operative le strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, scongiurando il rischio che diventino contenitori vuoti e consentendo al Paese di centrare gli obiettivi legati ai fondi europei.
Obbligo di ore e compenso orario: le regole dell’intesa
Il cuore dell’accordo, che definisce per la prima volta in modo organico il ruolo dei camici bianchi all’interno delle nuove strutture, introduce un obbligo di attività che non può superare le sei ore settimanali per quarantotto settimane l’anno, in una fascia oraria compresa tra le otto del mattino e le otto di sera.
Un elemento cruciale è la definizione dei turni, che dovranno avere una durata di almeno tre ore continuative, e del compenso spettante ai professionisti: per ogni ora di lavoro prestata nelle Case di comunità è stato stabilito un corrispettivo di 38,72 euro, una cifra che, come precisato, è al lordo degli oneri e che si configura come una tariffa unica valida sull’intero territorio nazionale.
L’organizzazione concreta dell’attività, tuttavia, non sarà gestita in modo centralizzato: spetterà alle singole aziende sanitarie determinare il proprio fabbisogno di personale e, prima di coinvolgere i medici di base, queste dovranno necessariamente utilizzare il personale già assegnato ad attività orarie.
Solo dopo questo passaggio, le necessità residue verranno distribuite in modo equo tra i professionisti che operano nell’area di riferimento della Casa di comunità, nel rispetto delle risorse economiche individuate e garantendo in ogni caso una presenza medica minima in ogni struttura.
Sindacati divisi: la posizione di Fimmg e il no di Smi e Snami
L’intesa, pur rappresentando un passo decisivo per la riforma dell’assistenza territoriale, ha messo in luce una spaccatura all’interno del mondo sindacale.
La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, il maggiore sindacato di categoria, ha dato il proprio via libera, motivando la scelta con un senso di responsabilità che tiene insieme la necessità di garantire la sostenibilità del lavoro dei medici, il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr – evitando così la restituzione di risorse che avrebbe conseguenze pesanti sul finanziamento del Ssn – e la tutela della categoria.
Per la Fimmg, questo accordo rappresenta un punto di equilibrio che salvaguarda il modello della libera professione convenzionata pur introducendo una partecipazione strutturata alle attività delle Case di comunità.
Su un fronte opposto si sono schierati lo Smi e lo Snami, che hanno scelto di non apporre la firma sull’ipotesi di accordo. Le loro critiche si concentrano su un punto nodale: la convinzione che l’obbligo di attività all’interno delle Case di comunità introduca elementi di subordinazione nel rapporto di lavoro, una sorta di “dipendenza mascherata” che stravolgerebbe la natura giuridica della professione, storicamente ancorata al modello della libera professione convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale.
Il contesto e i prossimi passaggi della riforma
L’accordo arriva a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, termine fissato dal Pnrr per l’entrata in funzione delle 1.038 Case di comunità previste su tutto il territorio nazionale. La possibilità di un decreto ministeriale ad hoc, ipotizzata in precedenza per risolvere l’impasse, è stata accantonata per lasciare spazio al confronto sindacale che ha portato a questa intesa, scongiurando il rischio che ogni Regione procedesse in autonomia.
L’accordo, quindi, fornisce un indirizzo di valenza nazionale che dovrà ora essere declinato a livello locale, tenendo conto delle specificità territoriali e dei piani di riorganizzazione già avviati, come nel caso della Regione Lazio che ha recentemente approvato un accordo integrativo regionale per ridisegnare la medicina territoriale.
Il testo dell’intesa, composto da quarantotto pagine più vari allegati, contiene inoltre l’impegno ad avviare con urgenza il confronto per il rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale per il triennio 2025-2027, con un nuovo atto di indirizzo atteso entro il 30 settembre. Questo rappresenta il prossimo, importante passaggio negoziale che definirà in modo più ampio l’evoluzione della medicina generale e il suo ruolo nel nuovo modello di assistenza territoriale disegnato dalla riforma.
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