Digiuno intermittente, la scienza ridimensiona l’efficacia: nessuna differenza rispetto alla dieta ipocalorica

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il digiuno intermittente, una pratica alimentare che negli ultimi anni ha guadagnato un seguito trasversale capace di valicare i confini degli ambienti specialistici per approdare nel dibattito pubblico e nelle abitudini di molti, non sembra possedere, almeno stando ai dati emersi da una recente e approfondita revisione sistematica, quella superiorità dimagrante che spesso gli viene attribuita. La ricerca in questione, pubblicata sulla prestigiosa Cochrane Database of Systematic Reviews e considerata una delle sintesi più complete in questo specifico campo d’indagine, ha preso in esame ventidue trial clinici randomizzati, coinvolgendo un campione complessivo di millenovecentonovantacinque adulti seguiti in setting ambulatoriali dislocati tra Nord America, Europa (con studi condotti in Danimarca, Germania e Norvegia), Cina, Australia e Brasile, nell’arco temporale compreso tra il 2016 e il 2024.

L’analisi comparativa ha messo a confronto i risultati ottenuti da chi seguiva un regime di restrizione calorica tradizionale con quelli di chi invece adottava varie forme di digiuno intermittente; ebbene, la conclusione a cui giungono i ricercatori è che non si registrano differenze statisticamente significative nel calo ponderale tra i due approcci. Il meccanismo fisiologico alla base del dimagrimento, verrebbe da osservare, resta dunque invariabilmente legato al bilancio energetico complessivo: se l’introduzione di calorie è inferiore al dispendio, il peso si riduce, indipendentemente dalla finestra temporale in cui il cibo viene assunto.

A gettare ulteriore luce su questa pratica, che tra i suoi più celebri adepti annovera personaggi dello spettacolo come Catena Fiorello – la scrittrice ha recentemente dichiarato in trasmissione televisiva di essersi avvicinata al metodo 16/8 dopo aver osservato i risultati ottenuti dal fratello Rosario, precisando peraltro come quest’ultimo si sottoponga costantemente a controlli cardiologici –, intervengono anche altri studi che ne mettono in luce potenziali criticità. Se da un lato, infatti, il digiuno intermittente piace ai vip e viene spesso percepito come una strategia efficace per perdere peso rapidamente, dall’altro lato alcuni ricercatori ne hanno evidenziato possibili rischi per la salute del cuore. Uno studio presentato durante le sessioni scientifiche dell’American Heart Association ha rilevato che coloro i quali limitavano il consumo di cibo a meno di otto ore al giorno presentavano un rischio significativamente più elevato, pari al novantuno per cento in più, di mortalità per malattie cardiovascolari rispetto alle persone che distribuivano i pasti in un arco di dodici-quattordici ore.

Il monito degli esperti e i rischi legati al fai-da-te

Il dibattito scientifico, lungi dall’essere sopito, si arricchisce dunque di elementi che invitano alla prudenza, specialmente per quanto concerne l’adozione di questi regimi senza un’adeguata supervisione medica. Il professor Giorgio Calabrese, intervenuto proprio nella trasmissione che ospitava Catena Fiorello, ha sottolineato come il digiuno intermittente non sia affatto una pratica adattabile a tutti e come sia invece fondamentale un inquadramento clinico preliminare che tenga conto della storia individuale. L’equilibrio nutrizionale, ha aggiunto l’esperto, è un aspetto cruciale: regimi non pianificati correttamente possono condurre a squilibri, come la cosiddetta deplezione potassica, o indurre l’organismo ad accumulare un eccesso di grassi o proteine a scapito di nutrienti essenziali.

I diversi protocolli e la questione dell’aderenza

Non esiste, è bene precisarlo, una sola modalità di digiuno intermittente, ma diverse varianti che spaziano dal già citato schema 16/8 – sedici ore di digiuno con una finestra di otto ore dedicate all’alimentazione – al digiuno a giorni alterni, fino al protocollo 5:2, che prevede cinque giorni di alimentazione regolare e due giorni di forte restrizione calorica. Ciascuno di questi schemi, come spiegano i nutrizionisti, agisce in maniera differente sull’organismo, ma il punto nodale, al di là della cornice temporale, rimane la qualità e la quantità di ciò che si introduce. La revisione Cochrane, nel suo complesso, sembra suggerire che l’entusiasmo per il fattore “tempo” debba essere temperato da una considerazione più realistica: a fare la differenza, in termini di risultati duraturi, è la capacità di mantenere nel tempo uno stile alimentare equilibrato, più che l’adozione di schemi rigidi e potenzialmente difficili da sostenere.

Dati contraddittori e la necessità di ulteriori approfondimenti

Il panorama delle evidenze scientifiche, va detto, non è però del tutto univoco. Altri studi, come uno pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, hanno invece suggerito che alcune forme di digiuno intermittente, in particolare quello che prevede tre giorni a settimana di drastica riduzione calorica, possano indurre una perdita di peso leggermente superiore rispetto alla restrizione calorica quotidiana, con una differenza di circa otto chili in più dopo un anno. Tuttavia, la stessa ricerca sottolinea come questi risultati vadano interpretati con cautela, data la specificità del contesto controllato in cui sono stati ottenuti. Emerge quindi un quadro complesso, in cui la comunità scientifica appare concorde nel ritenere che, al di là delle mode e delle testimonianze celebri, l’approccio alla perdita di peso debba essere personalizzato e basato su solide evidenze, considerando sempre che concentrarsi su ciò che si mangia rimane più importante che concentrarsi esclusivamente su quando lo si mangia.

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