Deir al-Balah al voto, vent’anni dopo la Striscia ritorna alle urne

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Grandi striscioni, appesi un po’ a fatica sui muri scampati agli ultimi bombardamenti, ritraggono oggi i volti dei candidati che si contendono la poltrona di sindaco di Deir al-Balah. È un’immagine che intere generazioni di palestinesi, cresciute sotto l’amministrazione diretta di Hamas, non avevano mai avuto modo di vedere: perché nella parte centrale della Striscia di Gaza, questa mattina, le urne si sono aperte dopo ventuno lunghissimi anni di assenza. A sfidarsi sono quattro le liste dal nome altisonante – si va da “Pace e Costruzione” a “Deir al-Balah ci unisce”, passando per “Futuro” e “Rinascita” – sulla base di un programma che, a guardare i volantini distribuiti nei quartieri, sembra quasi paradossalmente normale: acqua, fognature, gestione delle macerie, servizi elementari che ovunque altrove sarebbero scontati ma che qui, in un territorio segnato da macerie e carenze energetiche, rappresentano un lusso.

Un esperimento nel deserto di macerieIl seggio, va detto, non è stato allestito nelle solite scuole trasformate in rifugi per sfollati, né negli edifici pubblici ormai inagibili. Saranno invece nove grandi tende – che ospiteranno dodici sezioni elettorali temporanee – a fare da cornice a questa consultazione, seguita con attenzione da centinaia di osservatori e giornalisti accreditati dall’Autorità Nazionale Palestinese. A Deir al-Balah – che un tempo, prima del disastro, veniva soprannominata la “capitale dei datteri” – gli aventi diritto al voto sono circa 70mila: un numero esiguo, se paragonato al milione e mezzo di palestinesi chiamati contestualmente alle urne in Cisgiordania, ma gigantesco per il suo valore simbolico. La scelta di questa città non è affatto casuale: è infatti l’unica area della Striscia che conserva ancora un’infrastruttura sociale minimamente funzionante, un laboratorio a cielo aperto per testare quel difficile processo di ricucitura amministrativa tra Ramallah e Gaza che la guerra aveva definitivamente spezzato.

L’ombra (assente) di Hamas e la sicurezza a distanzaCiò che sorprende, almeno in apparenza, è l’assenza di una copertura politica diretta da parte di Hamas. Il movimento, che dal 2005 al 2023 ha governato l’enclave nominando i propri fedelissimi alla guida dei consigli municipali -5, ha deciso di non presentare propri candidati ufficiali in questa tornata. Non si tratta di un disimpegno totale, ma di una precisa strategia dettata dalla legge elettorale varata da Abu Mazen, che impone a chiunque voglia candidarsi la formale accettazione dello status dell’Olp come “unico rappresentante legittimo” del popolo palestinese – condizione politicamente inaccettabile per l’ala più dura del movimento. Ciononostante, come spesso accade in queste realtà frammentate, alcune delle liste definite “indipendenti” o a carattere familiare godrebbero di fatto della simpatia o del tacito sostegno dell’apparato islamico.

Il nodo più delicato, però, resta quello della sicurezza. Inizialmente si era pensato di affidare la sorveglianza dei seggi a una società privata, per evitare frizioni con l’esercito israeliano ancora posizionato lungo il perimetro. Poi, nelle ultime ore, la situazione è mutata: sarà la polizia civile palestinese – di fatto quella in carica sotto il controllo di Hamas – a vigilare a distanza. Gli agenti si presenteranno presumibilmente disarmati e si terranno lontani dai seggi, per non offrire facili pretesi ai droni israeliani che continuano a sorvolare la zona.

La sfida dei servizi e il peso delle urnePer chi vive a Deir al-Balah, questa consultazione rappresenta una boccata d’aria fresca in un presente dominato dalla penuria. I candidati, nella stragrande maggioranza tecnici ed esponenti del notabilato locale piuttosto che ideologi -8, hanno puntato la loro campagna – durata appena due settimane e condotta principalmente sui social network a causa delle enormi difficoltà logistiche – proprio sul miglioramento delle condizioni quotidiane. L’acqua potabile arriva nelle case una volta ogni quattro o cinque giorni; la ricostruzione è bloccata dall’embargo sui materiali; e il nuovo consiglio comunale, avverte più di un osservatore, si troverà a gestire una pressione demografica insostenibile a causa degli sfollati provenienti dal nord dell’enclave. In questo vuoto di potere, e con il futuro politico della Striscia ancora in bilico tra le pressioni internazionali per il disarmo e il piano dell’amministrazione Trump, il voto di oggi è un semplice, fragile primo passo: un tassello minuscolo nella complessa ricostruzione di una sovranità locale che sembrava perduta per sempre.

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