L’Iran colpisce la base Usa in Arabia, Trump prepara l’offensiva via terra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non è stato un attacco casuale, né tantomeno un’operazione limitata a un semplice messaggio di dissuasione. Le analisi condotte dopo il raid missilistico e con droni contro la base «Prince Sultan», in Arabia Saudita, hanno rivelato una strategia chirurgica da parte di Teheran: colpire dove duole di più, ovvero il cuore tecnologico dell’intelligence aerea americana. Le immagini satellitari Landsat e i video diventati virali nelle ore successive all’attacco mostrano una scena che va oltre le prime ricostruzioni ufficiali, con la fusoliera di un aereo sentinella AWACS E-3 letteralmente a pezzi, la parte centrale completamente distrutta. Non si è trattato, insomma, di un semplice danneggiamento collaterale delle aerocisterne vicine, ma di un preciso tentativo di neutralizzare i velivoli che rappresentano l’architrave del sistema di sorveglianza radar nella regione. Defence Security Asia ha evidenziato come i fotogrammi scattati dopo l’esplosione suggeriscano che almeno uno, se non due, dei velivoli E-3G Sentry siano stati resi inoperativi, un danno che sul campo assume i contorni di una perdita strategica pesante per il Pentagono.
L’imbarazzo di Riyadh tra silenzi e basi sul territorio
La scelta saudita di non riconoscere ufficialmente l’attacco alla base di Prince Sultan, nonostante il ferimento di una dozzina di militari statunitensi (due dei quali in condizioni gravi secondo le prime fonti), ha gettato luce sulla posizione contraddittoria che i regni del Golfo si trovano a sostenere. Da un lato, la necessità di mantenere un’alleanza militare con Washington, che dal territorio saudita ha condotto operazioni belliche contro l’Iran; dall’altro, la volontà di non apparire come belligeranti diretti nel conflitto, cercando di evitare di attirare ulteriori rappresaglie. Il silenzio del ministero della Difesa saudita, che nelle sue comunicazioni ufficiali si è limitato a segnalare l’intercettazione di droni senza mai menzionare l’attacco alla base americana, rivela una frattura tra la retorica pubblica di neutralità e la realtà fattuale di ospitare truppe straniere impegnate in un conflitto su larga scala. Lo stesso presidente americano, Donald Trump – tornato alla Casa Bianca e ora impegnato a gestire la crisi – ha definito il principe ereditario Mohammed bin Salman come un alleato «che combatte con noi», un’affermazione che Riyadh non ha né confermato né smentito, lasciando intendere la complessità di un equilibrio geopolitico ormai logoro.
Offensiva israeliana e il nodo del petrolio iraniano
Mentre i fumi dell’incendio si alzavano sulla base saudita, il quadro bellico si allargava su più fronti. Le Forze di Difesa Israeliane hanno reso noto, attraverso il portavoce in lingua araba Avichay Adraee, un bilancio delle ultime 48 ore che parla di oltre 300 obiettivi colpiti in Iran e 17 in territorio libanese. Tra questi, i militari di Tel Aviv avrebbero preso di mira non solo siti di stoccaggio di missili – sia sotterranei che superficiali – ma anche 16 velivoli appartenenti al delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Parallelamente, l’amministrazione Trump sembra orientata a cambiare passo nella strategia bellica, abbandonando la logica della rappresaglia aerea per preparare un’offensiva via terra. A questo si aggiunge una mossa che agita i mercati energetici: l’obiettivo dichiarato di impadronirsi delle risorse petrolifere iraniane, una prospettiva che ha già spinto il greggio verso la soglia dei 116 dollari al barile. Il vicepresidente JD Vance, con una dichiarazione che sintetizza l’approccio dell’esecutivo, ha lasciato intendere la volontà di portare a termine «il compito» rapidamente, per poi disimpegnarsi, una formula che tuttavia contrasta con la complessità di una guerra che mostra segni di trasformazione in conflitto di logoramento.
Il vertice di Islamabad e le crepe nel fronte occidentale
Sul fronte diplomatico, l’attenzione si sposta domani su Islamabad, dove è atteso un vertice cruciale con i paesi mediatori, nel tentativo di arginare il rischio di un’escalation incontrollabile. Tuttavia, le divergenze tra gli alleati occidentali emergono con chiarezza. Al vertice del G7, la titolare della diplomazia europea Kaja Kallas ha duramente contestato la linea morbida che il presidente Trump sembra voler mantenere nei confronti di Vladimir Putin, evidenziando una frattura strategica tra Washington e i partner europei. La partita, insomma, si gioca su più tavoli: da quello militare, dove le mine anti-carro di fabbricazione americana ritrovate nel sud della Repubblica islamica dimostrano l’intreccio di forniture e alleanze sul campo, a quello energetico, dove l’industria marittima subisce i danni collaterali di un conflitto che minaccia le rotte del Golfo. E sullo sfondo, le immagini della fusoliera dell’aereo sentinella distrutto restano il simbolo più evidente di una guerra in cui nessuno, nemmeno le basi meglio protette, può dirsi al sicuro.




