L’inviato di Trump e Rubio a Miami con il premier del Qatar per strappare un accordo, mentre Teheran alza il tiro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La diplomazia di sordina, quella che evita i flash dei palazzi istituzionali per rifugiarsi nelle residenze private, prova a scucire il nodo più intricato del Medio Oriente. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e l’inviato speciale del presidente per il Medio Oriente, Steve Witkoff, hanno incontrato ieri a Miami il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. L’obiettivo – come rivelano fonti vicine ai colloqui – è quello di limare le divergenze con l’Iran, cercando di passare da una tregua fragile a una pace duratura dopo l’escalation militare dello scorso febbraio.
L’incontro nella località balneare della Florida è maturato quasi per caso, o almeno così sembra in apparenza. Al Thani, che aveva appena concluso una tornata di colloqui a Washington con il vicepresidente J.D. Vance, avrebbe dovuto far ritorno a Doha. Invece, ha dirottato il suo volo verso sud, segno evidente che gli interlocutori americani hanno ritenuto indispensabile un confronto diretto per sbloccare una mediazione che, sebbene affidata formalmente al Pakistan, vede nei qatarioti gli attori più incisivi sul campo. I funzionari Usa, del resto, hanno sempre descritto i mediatori di Doha come “particolarmente efficaci” quando si tratta di parlare con la Repubblica Islamica.
La risposta di Teheran passa per Islamabad e le parole del generale Abdullah
Mentre Rubio e Witkoff intrecciavano le trattative in Florida, sul fronte opposto arrivava la Vostra risposta ufficiale. Teheran ha fatto pervenire ai mediatori pachistani le sue osservazioni in merito all’ultima proposta americana, che secondo indiscrezioni punta a una triplice intesa: riapertura del canale di Hormuz, congelamento del programma nucleare e ritiro graduale delle forze straniere. Ma la risposta non è solo diplomatica.
Nel chiuso delle stanze del potere a Teheran, il comandante dello stato maggiore unificato, il generale Ali Abdullah, è stato ricevuto dalla guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Un faccia a faccia, questo, che riveste un peso specifico enorme, considerando che il nuovo leader iraniano è rimasto praticamente in silenzio per gran parte del conflitto. Al termine del colloquio, una nota dell’agenzia Tasnim ha riferito che il generale ha garantito alla guida la “prontezza difensiva e offensiva” delle unità combattenti islamiche. Le frasi del generale, seppur cariche di retorica, vengono interpretate come un messaggio diretto a Washington: non c’è alcuna divisione interna sul da farsi, e le forze armate sono pronte ad affrontare le “azioni ostili dei nemici sionisti e americani”.
Gelo diplomatico con l’Italia, quella frase di Trump da Mar-a-Lago
Su questo sfondo di fuoco, i riflessi della crisi si allungano fino a toccare i rapporti tra Washington e Roma. Un vero e proprio “siluro”, per usare una metafora navale, è partito in queste ore dalla residenza privata di Donald Trump a Mar-a-Lago, con il presidente che non ha usato mezzi termini per criticare il governo di Giorgia Meloni. In una telefonata rilasciata al Corriere della Sera, il capo della Casa Bianca – che siede al tavolo della presidenza ormai da più di un anno – ha attaccato frontalmente l’Italia, colpevole di non esserci fatta trovare pronta durante le fasi più aspre dell’escalation contro Teheran.
Un attacco, questo, che rischia di affondare la strategia della premier, la quale aveva sempre puntato su un rapporto privilegiato con l’amministrazione repubblicana per fare da ponte tra l’Europa e l’America. La frattura era già emersa nelle scorse settimane, quando l’Italia ha opposto un rifiuto alla richiesta degli Stati Uniti di utilizzare la base di Sigonella per le operazioni di combattimento. I funzionari romani hanno giustificato il veto sostenendo che Washington non aveva mai chiesto formalmente l’autorizzazione preventiva, un cavillo burocratico che però nasconde una profonda divergenza politica. Le parole di Trump suonano quindi come la naturale conseguenza di mesi di frizioni, in cui il supporto militare si è scontrato con le sensibilità interne italiane.
Il proiettile nel golfo e le ultime mosse del governo Meloni
Le acque internazionali, nel frattempo, restano il termometro più immediato del conflitto. L’agenzia marittima britannica ha segnalato l’attacco a una nave cargo commerciale colpita da un proiettile non identificato a largo di Doha, la capitale qatariota. L’incidente, che ha provocato un principio di incendio poi rapidamente domato, conferma l’estrema volatilità della situazione nella regione, dove mercantili e petroliere navigano sotto la minaccia costante di escalation involontarie.
E mentre il canale di Hormuz resta stretto nella morsa delle tensioni, sul fronte diplomatico italo-americano si cerca una tregua. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato nei giorni scorsi proprio Marco Rubio, arrivato in Italia anche per tentare un riavvicinamento dopo le prevedibili schermaglie diplomatiche. Tajani, a margine dei colloqui, ha ribadito un concetto base: “L’Italia ha bisogno dell’America, ma anche l’America ha bisogno dell’Italia e dell’Europa”. Una dichiarazione che suona più come una presa d’atto delle reciproche necessità economiche e strategiche che come un cedimento a ricatto. La partita, insomma, resta aperta su più tavoli: da Miami a Roma, passando per la delicata interdipendenza nel Mediterraneo.




