Femminicidio di Ancona, trovato il tubo da cantiere usato per uccidere Sadjide Muslija

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nella casa di Pianello Vallesina, fra le colline di Monte Roberto nell'Anconetano, il silenzio che ha seguito la violenza è stato rotto solo dal lavoro degli investigatori. Sadjide Muslija, che avrebbe compiuto cinquant'anni a dicembre, è stata trovata esanime sul proprio letto dopo che una preoccupata assenza sul posto di lavoro aveva fatto scattare l'allarme. I segni dell'aggressione, concentrati in modo feroce sul volto e sul torace, parlavano di una furia incontrollabile, di colpi inferti con una forza tale da lasciare pochi dubbi sulla dinamica, che gli inquirenti inquadrano immediatamente come l'ennesimo femminicidio.

L'arma del delitto e la fuga

A confermare le prime, tragiche ipotesi, è stato il ritrovamento dell'arma del delitto, un tubo per impalcature da cantiere in ferro, rinvenuto appoggiato al muro del giardino della stessa abitazione e sequestrato perché ancora sporco di sangue. Quel manufatto, comune in un cantiere edile, è diventato lo strumento di una fine brutale, secondo le valutazioni del medico legale che ha riscontrato i segni di numerosi e violenti colpi. Mentre la Sezione investigazioni scientifiche dei Carabinieri conduceva un nuovo, meticoloso sopralluogo alla ricerca di tracce microscopiche e sequestrava le immagini delle telecamere di sicurezza, la figura del marito della vittima, Nazif Muslija, anch'egli cinquantenne operaio, si delineava sempre più nitidamente come sospettato. L'uomo, dopo quanto accaduto, avrebbe chiuso a chiave la porta di casa per poi dileguarsi, dando il via a una caccia che si è estesa ben oltre i confini nazionali.

La ricerca internazionale

La scomparsa di Nazif Muslija, protrattasi oltre le ventiquattr'ore senza lasciare alcuna traccia percepibile, ha infatti costretto la magistratura a inasprire le misure di ricerca. Gli investigatori, coordinati dalla procura, hanno ottenuto un mandato di fermo internazionale, uno strumento cruciale per allertare le forze di polizia degli altri Paesi e tentare di bloccare la fuga di un uomo che, se fosse riuscito a varcare i confini, avrebbe potuto rendersi irreperibile. La decisione, tecnica e necessaria, segnala la gravità del fatto e la volontà di non lasciare nulla di intentato, pur nella consapevolezza che la fuga del presunto responsabile aggiunge un tassello di angoscia a una vicenda già segnata dal dolore.

I fili dell'inchiesta

L'indagine procede dunque su due binari paralleli e ugualmente essenziali: da un lato l'esame scientifico delle prove raccolte nella dimora coniugale, che potrebbe riservare ancora elementi decisivi; dall'altro la ricerca dell'uomo, la cui latitanza non fa che confermare, agli occhi degli inquirenti, le pesanti circostanze che lo legano all'omicidio della moglie. Si delinea, senza bisogno di forzature, il quadro di una tragedia familiare consumata tra le mura domestiche, la cui eco ora risuona nelle aule degli uffici giudiziari e nelle questure, mentre la vittima, una donna di origini macedoni da anni stabilmente integrata in Italia, diventa un nome in più in una lista, quella dei femminicidi, che non accenna ad abbreviarsi.

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