La notte al contrario di Spalletti, il ritorno al gol di Hojlund decide Napoli-Juve
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Redazione Sport
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Luciano Spalletti era tornato allo stadio Diego Armando Maradona, luogo dei suoi trionfi, con la stressante convinzione di doversi battere su due fronti distinti: come grande ex, affrontando il potenziale giudizio di un’intera città, e come allenatore della Juventus, nel suo primo confronto ufficiale con Antonio Conte. L’attesa, però, si è rivelata ben più aspra della realtà dei fatti, poiché lo stadio, nella sostanza, lo ha ignorato, riservandogli un trattamento cavalleresco che si è concretizzato nell’abbraccio con il collega avversario prima del fischio d’inizio. Il cittadino onorario, come riportato, ha scoperto che il napoletano medio aveva ben altro a cui pensare, considerando che battere un avversario per la settima volta consecutiva trasforma quell’appuntamento in una routine, privandolo dell’aura di evento unico e carico di pathos.
La doppietta decisiva e il silenzio dell’ex allenatore
A dominare la scena, infatti, è stata la prestazione di Rasmus Hojlund, il quale, dopo aver fornito due assist nelle precedenti due gare, ha fatto volare il Napoli tornando a fare ciò che preferisce: segnare. Una doppietta per il danese, la quale ha deciso l’esito della sfida; ha aperto le marcature al settimo minuto, anticipando la difesa bianconera su un cross rasoterra e battendo il portiere da pochi passi, per poi ripetersi nel secondo tempo, confermando una fantamedia di tutto rispetto nelle ultime tre partite. Di fronte a questa esplosione, l’emozione più intensa per Spalletti è arrivata solo a bocce ferme, sulle note di ‘O surdato ‘nnammurato, come lui stesso ha confessato, perché «quando parte quella canzone che so a memoria il Maradona diventa una cornice unica».
La scelta tattica che non ha funzionato
Dall’altra parte, la notte di Spalletti ha preso una piega completamente opposta alle aspettative. I fischi, messi in conto alla lettura delle formazioni, sono stati incassati, ma non era stato previsto il fiasco, che è ugualmente arrivato segnando la prima sconfitta da allenatore della Juventus. Proprio a Napoli, dove aveva cercato di imprimere una svolta, l’idea di schierare una squadra senza un centravanti di riferimento ha prodotto l’effetto contrario a quello sperato: invece di togliere punti fermi alla difesa avversaria, ha sottratto riferimenti cruciali ai suoi stessi giocatori, i quali hanno regalato un tempo intero agli avversari, apparendo, a tratti, troppo timidi e scolastici nel loro approccio al gioco.
Una sconfitta che parla di dinamiche consolidate
La partita, dunque, ha raccontato una storia di percorsi divergenti: da un lato, un attaccante che trova la via del gol con una certa regolarità, diventando l’uomo chiave in un momento positivo per la sua squadra; dall’altro, un allenatore di grande esperienza che, nel tentativo di innovare e sorprendere, si scontra con la concretezza di uno schema che non ha attecchito e con una rivalità ormai così consolidata da aver perso, almeno per il pubblico di casa, quel carattere di eccezionalità che lui, forse, si attendeva ancora di vivere in prima persona.




