Maria Luisa Ramponi lascia l'ospedale per il carcere di Montorio
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Redazione Interno
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Qualche giorno ancora di cure, tra le corsie dell'ospedale di Borgo Trento a Verona, prima di affrontare il destino che l'attende dietro le sbarre. Maria Luisa Ramponi, la donna sulla cui figura le indagini della magistratura hanno costruito un ruolo centrale nella strage di Castel d'Azzano, è stata formalmente dimessa e trasferita nel penitenziario di Montorio. È là, in celle separate e con il divieto assoluto di comunicare, che raggiungerà i fratelli Dino e Franco, anch'essi detenuti con l'accusa di aver concorso all'esplosione del 14 ottobre scorso, un evento che spazzò via la vita di tre carabinieri e causò lesioni a ventisette persone. Le ustioni riportate in quella deflagrazione, dalle quali paradossalmente fu tratta in salvo dai militari stessi intervenuti sul posto, continueranno a essere curate, seppur necessitino di ulteriori trattamenti, all'interno dell'infermeria della casa circondariale, completando così un percorso che dalla scena del crimine l'ha condotta, per via dei suoi ferimenti, prima in ospedale e ora in custodia cautelare.
Le parole che preannunciavano la tragedia
Quella che oggi si configura come una ricostruzione giudiziaria dai contorni tragici, del resto, sembrava già scritta in dichiarazioni minacciose, quasi profetiche, rilasciate settimane prima della carneficina. Nel corso di un sopralluogo del custode giudiziario, infatti, Dino Ramponi aveva rivolto parole inequivocabili allo stesso funzionario, minacciandolo di morte e avvertendo: «Avete sbagliato a venire questa volta perché adesso sappiamo che la prossima verrete con i corpi speciali... e per questo ce lo aspettiamo... le bombole ci sono... siamo preparati». Quel dialogo, avvenuto il 25 settembre, è stato successivamente fissato nelle motivazioni dell'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Venezia, lo scorso 7 novembre, ha confermato la custodia in carcere per i due fratelli, rigettando le richieste dei difensori. Frasi che, lette oggi alla luce degli eventi, assumono il peso sinistro di un monito inascoltato e tracciano una linea diretta, secondo l'accusa, tra le intenzioni dichiarate e la loro esecuzione materiale.
Il quadro accusatorio e il trasferimento
Alla donna, in particolare, gli investigatori attribuiscono il gesto materiale, l'aver cioè azionato la miccia che causò l'esplosione del casolare di famiglia durante l'operazione di polizia giudiziaria. Un atto che, se confermato, la collocherebbe in una posizione operativa decisiva nella dinamica della strage. Il suo percorso sanitario, durato diverse settimane, si è quindi concluso nelle prime ore di domenica, quando le sue condizioni hanno finalmente permesso il trasferimento da una sorveglianza medica a una di tipo penitenziario. Fonti dell'Azienda ospedaliera universitaria di Verona hanno confermato la dimissione, sottolineando come la fase acuta del trattamento delle sue ferite possa ora essere gestita all'interno della struttura carceraria.
Una detenzione separata e il percorso giudiziario
L'ingresso a Montorio, dunque, non significa affatto un ricongiungimento con i familiari, bensì l'inizio di un regime detentivo che mira a isolare gli indagati, impedendo qualsiasi forma di comunicazione tra di loro. I fratelli Ramponi, difesi dai loro legali, sono già reclusi in sezioni diverse del carcere, una misura precauzale standard in casi di tale gravità, volta a scongiurare il rischio di condotte collusive. Il procedimento giudiziario, che muove i suoi passi tra verifiche tecniche, analisi degli esperti e lo studio del ricco materiale probatorio raccolto, prosegue ora con tutti e tre i principali indagati nella stessa sede carceraria, seppur rigidamente separati, in attesa dei successivi sviluppi dell'istruttoria.




