Il capo della difesa norvegese e l’ipotesi di un’iniziativa russa sulla penisola di Kola per mettere in sicurezza l’arsenale nucleare
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Redazione Esteri
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Eirik Kristoffersen, che dalla fine del 2020 ricopre la posizione di capo delle Forze armate norvegesi, ha scelto le pagine del Guardian per esplicitare ciò che fino a ieri, nei corridoi dei ministeri e nei briefing riservati dell’E-tjenesten, l’intelligence militare esterna che egli stesso dirige, restava confinato alla categoria degli scenari remoti. Non escludiamo, ha detto il generale, che Mosca possa decidere un intervento militare diretto contro il proprio territorio, o almeno contro porzioni strategiche di esso, e lo farebbe per un motivo molto preciso: mettere al riparo dai movimenti della Nato l’arsenale nucleare che la Federazione Russa ha concentrato nella penisola di Kola, una lingua di terra che si protende nel mare di Barents a poche decine di chilometri dal confine norvegese.
Non è, quella evocata da Kristoffersen, l’ipotesi di un’occupazione paragonabile per estensione e brutalità a quanto accade in Ucraina dal febbraio del 2022, e il generale ha tenuto a distinguere i due piani: la Russia non persegue, stando alle attuali valutazioni dei servizi scandinavi, un disegno di conquista permanente della Norvegia, né ha mostrato finora mire annessionistiche sui territori dell’Alta Nord simili a quelle esercitate altrove. Ciò nondimeno, il dispositivo militare schierato da Mosca sulla penisola di Kola rappresenta la spina dorsale della propria capacità di deterrenza, quel secondo colpo che garantirebbe una risposta persino dopo un eventuale attacco preventivo; e tale dispositivo, ha ragionato Kristoffersen, viene percepito dal Cremlino come troppo vulnerabile e troppo esposto alla crescente pressione dell’Alleanza Atlantica nell’Artico.
La strategia russa e l’importanza del secondo colpo nucleare
Sono i sottomarini lanciamissili della Flotta del Nord, gli aerei a capacità nucleare che sorvolano le acque fredde tra Murmansk e il confine norvegese, i sistemi missilistici terrestri ancorati a basi fortificate ma non inespugnabili: l’insieme di queste risorse costituisce, secondo il capo della difesa norvegese, l’unico strumento di minaccia reale che oggi la Russia possa opporre agli Stati Uniti, avendo perso, nella guerra d’attrito ucraina, gran parte della credibilità convenzionale. Kristoffersen non ha usato perifrasi: «Non escludiamo un accaparramento di territori da parte della Russia come parte del loro piano per proteggere le proprie capacità nucleari, che è l’unica cosa che gli è rimasta che minaccia realmente gli Stati Uniti». Un’operazione di questo tipo, ha precisato, sarebbe probabilmente limitata, chirurgica nella sua pianificazione, mirata a creare un cuscinetto o a garantire vie di fuga sicure per i sottomarini; ma sarebbe pur sempre un’invasione, e come tale attiverebbe l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, trascinando l’intera Alleanza in una crisi i cui contorni sono, al momento, soltanto immaginabili.
Oslo non ha alcuna intenzione di lasciarsi sorprendere. Il generale ha confermato che le forze armate norvegesi si preparano a questo scenario, lo integrano nella pianificazione operativa, lo considerano un’opzione concreta sebbene non imminente. Prepararsi al peggio, ha detto Kristoffersen, non impedisce certo di fronteggiare minacce minori, che anzi occupano la quotidianità dei reparti schierati al confine: le violazioni dello spazio aereo, spesso liquidate come errori di navigazione dai russi e come tali registrate dai comandi norvegesi; i sospetti di sabotaggio alle infrastrutture sottomarine, cavi e gasdotti che solcano il fondale del mare di Barents; le campagne di disinformazione, le accuse incrociate sulla presunta militarizzazione delle Svalbard, che Kristoffersen ha respinto definendole propaganda.
Il confronto con le dichiarazioni di Trump e l’asse atlantico
Nell’intervista, ampia e articolata, il capo della difesa norvegese ha trovato spazio anche per dissentire nettamente dalle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rieletto e insediatosi nuovamente alla Casa Bianca. Kristoffersen ha definito molto strane le affermazioni di Trump secondo cui Russia e Cina nutrirebbero ambizioni militari sulla Groenlandia, un’isola che il presidente americano, in più occasioni pubbliche e private, ha indicato come obiettivo di un possibile acquisto o, nelle formulazioni più recenti, di una tutela strategica rafforzata. «Abbiamo un quadro molto preciso di ciò che accade nell’Artico grazie ai nostri servizi di intelligence», ha spiegato Kristoffersen, «e non vediamo nulla di simile in Groenlandia». La presenza russa, ha aggiunto, si manifesta altrove, nella parte tradizionale dell’Artico, con sottomarini e programmi subacquei che mirano non all’isola danese ma piuttosto al controllo delle vie di comunicazione verso l’Atlantico.
Ancora più dura è stata la replica alle parole con cui Trump, nel corso di un evento pubblico, aveva minimizzato il contributo degli alleati europei in Afghanistan, sostenendo che i soldati statunitensi avevano combattuto in prima linea mentre gli altri, Norvegia inclusa, si erano limitati a ruoli marginali. Kristoffersen, che in Afghanistan ha prestato servizio in missioni multiple, ha perso amici laggiù, dieci connazionali sono caduti, ha definito quelle dichiarazioni prive di senso e offensive non tanto per il comando militare quanto per i reduci e per le famiglie dei caduti. «Un presidente non dovrebbe dire certe cose», ha osservato, mantenendo un tono misurato ma inflessibile.
I canali di comunicazione tra Oslo e Mosca, intanto, restano aperti, limitati per lo più alla ricerca e soccorso nel mare di Barents e agli incontri periodici tra i comandanti locali lungo la linea di confine. Kristoffersen ha definito professionali e prevedibili i comportamenti dei russi in quelle sedi, auspicando anzi l’istituzione di una linea diretta, una sorta di telefono rosso che possa scongiurare escalation originatesi da fraintendimenti. Il fatto stesso che un alto ufficiale della Nato chieda di intensificare i contatti con il paese che descrive come potenziale aggressore dice molto sulla complessità dell’equilibrio artico, sulla necessità di distinguere la deterrenza dalla provocazione, la pianificazione operativa dall’allarmismo fine a se stesso.
L’Alleanza, dal canto suo, ha già iniziato a rafforzare la propria postura nell’Alta Nord: il Regno Unito prevede di raddoppiare il contingente dei Royal Marines stabilmente dislocati in Norvegia, portandolo a circa duemila unità entro il 2027, e le esercitazioni si susseguono a ritmo serrato, Arctic Sentry, Cold Response, Lion Protector, nomi in codice di manovre che coinvolgono decine di migliaia di soldati e simulano la difesa del territorio scandinavo da un aggressore convenzionale. Mosca osserva, critica la presenza Nato ai propri confini, rilancia accuse di militarizzazione, ma non interrompe del tutto il dialogo. E sulla penisola di Kola, tra fiordi ghiacciati e basi militari ereditate dall’Unione Sovietica, i sottomarini continuano a uscire in mare silenziosi, portando con sé l’ultima, vera garanzia di sopravvivenza strategica della Federazione.




