Rio, oltre 130 morti in un blitz della polizia: la strage nelle favelas
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Redazione Esteri
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L'odore dei lacrimogeni, persistente e acre, si mescola ancora all'aria pesante delle favelas, mentre dalle boscaglie che circondano i complessi di Alemao e Penha continuano a emergere corpi, molti dei quali giovanissimi, trascinati fino alla piazza di San Luca dove sono stati allineati, alcuni sotto lenzuola macchiate di rosso, la maggior parte seminudi e segnati in modo inequivocabile dal passaggio letale dei proiettili. Quella che si è consumata a Rio de Janeiro, con l'impiego di oltre 2.500 agenti, è stata l'operazione di polizia più violenta e sanguinosa nella storia recente del Brasile, un'azione che ha trasformato interi quartieri in una zona di guerra, con un bilancio, ancora provvisorio, di almeno 138 vittime. L'operazione, battezzata "Contenimento" e finalizzata allo smantellamento delle reti del narcotraffico, ha lasciato dietro di sé una scena che i residenti, sconvolti, hanno paragonato a un film dell'orrore, con tracce di sangue che conducevano a cadaveri abbandonati.
Le dinamiche di un intervento senza precedenti
Erano anni che a Rio non si assisteva a un dispiegamento di forze di tale portata e a un livello di ferocia così elevato, un'azione che, nelle intenzioni del governatore Claudio Castro, doveva costituire un monito severo e inequivocabile per le organizzazioni criminali. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali che parlano di "successo", l'esito dell'operazione solleva interrogativi profondi, soprattutto considerando che il principale obiettivo, il boss del traffico di droga, è riuscito a sfuggire alla cattura. L'operazione "muro", come è stata ribattezzata da alcuni per la sua irruenza, ha quindi falciato prevalentemente una folla di presunti affiliati, lasciando intatta la leadership dell'organizzazione che si intendeva colpire.
Il profilo delle vittime e il ruolo della polizia
Una delle caratteristiche più crude di questa strage, che la distingue e la carica di un significato sociale ancor più amaro, è la composizione demografica delle persone uccise e di quelle che le hanno uccise. I dati, sebbene non ufficiali nella loro completezza, delineano un quadro drammatico: circa il novanta per cento dei morti sono neri, una percentuale che si riflette, seppur in misura leggermente inferiore, anche nelle forze di polizia intervenute, delle quali si stima che il settanta per cento sia composto da persone nere. Questo dato getta una luce cruda sulle dinamiche interne a una società dove la violenza istituzionale si abbatte in modo sproporzionato su determinati gruppi, spesso costretti a vivere in quelle aree periferiche che gran parte della stampa italiana, con una terminologia superata, continua a definire baraccopoli, ignorandone la complessa struttura sociale.
Le reazioni e le ombre sull'operato delle forze dell'ordine
La violenza dell'intervento ha naturalmente scatenato un acceso dibattito e posto le autorità di Rio di Janeiro, e non solo, sotto una pesante accusa. La polizia è chiamata a rispondere delle proprie azioni in un'operazione il cui costo in termini di vite umane appare sproporzionato rispetto ai risultati concreti ottenuti nella lotta al crimine organizzato. Chiunque abbia una certa familiarità con le politiche di sicurezza pubbliche brasiliane e con i metodi spesso truculenti della polizia carioca, ricevendo la notizia di questo blitz, non può che aver pensato immediatamente alle persone comuni, agli abitanti ordinari che, con dignità e resilienza, cercano di condurre una vita normale in quei luoghi, e che si sono ritrovati nel mezzo di uno scontro armato di inaudita intensità.




