L’ultima sliding door di Bruxelles sull’auto, slitta ancora il piano per gli incentivi “made in Ue”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ennesimo rinvio, l’ennesima trattativa interna, l’ennesima prova di quanto sia complesso – per la Commissione europea – mettere nero su bianco una strategia condivisa per il settore automotive. La presentazione dell’Industrial Accelerator Act, il pacchetto normativo che dovrebbe gettare le basi per il rilancio della manifattura continentale, è stata nuovamente posticipata. Dopo essere slittata da fine 2025 a oggi, giovedì 26 febbraio, e poi a domani, la data cerchiata in rosso sulla scrivania di Ursula von der Leyen è ora fissata per mercoledì 4 marzo. Un rinvio dell’ultima ora, comunicato ufficialmente dal commissario per il Mercato interno, Stéphane Séjourné, e motivato dalla volontà di rendere il testo “ancora più solido” attraverso un’ulteriore settimana di discussioni interne. Un’abitudine, quella di prendersi tempo, che sembra ormai caratterizzare l’approccio dell’esecutivo rispetto ai nodi irrisolti del Green deal e delle sue ricadute industriali, lasciando i costruttori e l’intera filiera in una sospensione che si protrae ormai da mesi.

Al centro della bozza, che gli uffici di Bruxelles stanno limando in queste ore, c’è un principio destinato a cambiare radicalmente il volto della mobilità a zero emissioni: il Buy European. L’idea, caldeggiata con forza da Parigi e da alcuni grandi gruppi automobilistici, è quella di vincolare l’accesso agli incentivi statali – sia per i privati sia per gli appalti pubblici – a una precisa percentuale di componentistica realizzata all’interno dei confini dell’Unione. Secondo le anticipazioni che filtrano dalle bozze, per essere considerata meritevole di sussidio, un’auto elettrica o ibrida plug-in non dovrà soltanto essere assemblata in una fabbrica situata in Europa, ma dovrà anche vantare un contenuto di pezzi “made in Europe” pari ad almeno il 70% del valore totale dei componenti, escluse le batterie da trazione. Proprio su queste ultime, vero tallone d’Achille della dipendenza europea dall’Asia, si gioca una partita parallela: si valuta l’ipotesi di richiedere che almeno tre elementi chiave dell’accumulatore, comprese le celle, abbiano origine unionale.

Dalle etichette digitali agli appalti, la svolta protezionistica dell’Ue

Questa spinta verso un maggiore isolamento produttivo, o quantomeno verso una netta preferenza interna, si tradurrà in strumenti concreti e riconoscibili. Accanto ai criteri più stringenti per gli incentivi, la Commissione introdurrà un sistema di etichettatura digitale dedicato. Un contrassegno, una sorta di passaporto del prodotto, che dovrebbe campeggiare sui beni realizzati nel Vecchio Continente per distinguerli in modo inequivocabile dalla concorrenza extra-europea, in particolare da quella cinese. Queste etichette non avranno solo una funzione informativa per il consumatore finale, ma diventeranno un lasciapassare prioritario negli appalti nazionali e transnazionali. In pratica, se un ente pubblico bandirà una gara per l’acquisto di veicoli puliti, le auto con il bollino “made in EU” avranno la precedenza, un vantaggio competitivo non da poco in un mercato dove la spesa pubblica può fare da traino.

Il meccanismo, però, è ancora in bilico. La soglia del 70%, che appare nelle bozze dell’allegato dedicato all’automotive, è tra parentesi. Segno che nulla è definitivo e che il braccio di ferro tra gli Stati membri e tra le stesse case automobilistiche è tutt’altro che risolto. Da un lato, i fornitori europei di componenti, riuniti in Clepa, spingono per alzare ulteriormente l’asticella, sostenendo che senza un intervento deciso si rischia di perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro. Dall’altro, colossi come BMW e Mercedes, che hanno un’esposizione commerciale rilevantissima sul mercato cinese, guardano con preoccupazione a misure che potrebbero innescare pericolose ritorsioni. E c’è chi, come il gruppo Renault, pur dichiarandosi favorevole al principio, propone una soglia più bassa, ferma al 60%. Intanto, il tempo scorre e la data del 4 marzo si avvicina, portando con sé la speranza – per molti – che questa volta sia davvero quella buona.

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